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L’identità e la sua complessità

di Tonia Sapia

Per comprendere la qualità delle relazioni personali, sociali e politiche che costituiscono il bagaglio essenziale dell’identità degli abitanti di posti a noi estranei è necessario “calarsi nel contesto”, condurre la vita di chi abita in quei luoghi e seguire le medesime abitudini, gli usi e i modi di vivere.

Nella mia ricerca condotta nel territorio di Betlemme nel 2011 e nel 2013, ho cercato di vivere le vite degli abitanti di questo simbolico contesto, per approfondire le dinamiche sociali e culturali che riguardano l’identità araba, guardando in particolar modo alla famiglia, alla comunità, alla religione, agli aspetti politici e alle relazioni che gli abitanti di Betlemme instaurano all’interno della comunità di appartenenza. Dalle interviste è emerso che la comunità domestica costituisce ancora la struttura sociale fondamentale e insostituibile, oltre a essere una parte fondamentale dell’identità dei palestinesi. La famiglia impone a tutti i membri, consuetudini e tradizioni rispetto alle quali è impossibile affrancarsi e si configura come il principale canale di controllo sociale.

Nella Palestina rurale del tardo Ottocento, come scrive Bernard Lewis, “la vita ruotava attorno alla famiglia e le faccende delle singole famiglie erano regolate dai clan di appartenenza (humula) di dimensioni diverse, in qualche caso divisi in sotto-clan”. Uno degli aspetti che maggiormente hanno contraddistinto la struttura sociale araba è stato il differente modo di definire le parole “famiglia” e “comunità di appartenenza”, aele, al-usra e al-mule. Per aele si intende la famiglia come gruppo, come clan, a esempio prozii, pronipoti, cugini di tutti i gradi, padrini, madrine, testimoni di nozze o vicini di casa. Per al-usra, i palestinesi si riferiscono alla famiglia nucleare, ovvero madre, padre e figli, e per al-mule, l’intero villaggio. Se in un trascorso, non molto lontano, problemi o decisioni erano sottoposti alla famiglia intesa come aele, nell’odierna Betlemme queste consuetudini sembrano ormai deflesse. Tuttavia le decisioni riguardanti mogli e figli, ricadono nella sfera degli interessi della famiglia, intesa a volte, ma non troppo spesso, come aele e non come al-usra. Decidere se studiare all’estero o meno, se fidanzarsi o sposarsi, non si configurano come iniziative individuali e spontanee ma sono sottoposte alla valutazione di tutta la famiglia. Anche per le nuove generazioni, per i giovani figli, la famiglia sembra rappresentare la parte fondamentale dell’intera esistenza. I percorsi di studio e lavorativi, seppur vertano sulla scelta di studiare in un Paese straniero, si riverberano anche dopo anni, nel ritorno alla terra di appartenenza: continua a essere forte l’idea che l’affetto dei cari o trovare una donna da sposare con le tue stesse idee e le tue stesse consuetudini e la tua stessa religione, non siano obiettivi facilmente raggiungibili in altre parti del mondo. A riguardo emerge, con tutta la sua drammaticità, il retaggio culturale prevalentemente maschilista della società di Betlemme. Dalla ricerca sul campo, infatti, sembrano essere più i ragazzi a viaggiare, a studiare o lavorare all’estero che le ragazze. Non solo, nell’immaginario collettivo arabo la società occidentale appare priva di valori e non sicura per una donna che, in quei luoghi estranei, non potrebbe contare sulla sicurezza e sullo status quo che la famiglia può garantirle. Le donne quindi, prediligono percorsi formativi e lavorativi realizzabili nella città di appartenenza, in attesa che arrivi l’età matura – che si aggira di norma tra i diciannove e i venticinque anni e non oltre – per “fare famiglia” e reiterare le consuetudini culturali. Tuttavia, questi sono solo alcuni degli elementi che hanno generato la scarsa mobilità delle donne, un altro aspetto è certamente legato all’attenzione che la cultura araba dà al corpo, sia delle donne cristiane che musulmane. Il corpo notoriamente ubbidisce alle necessità formulate, in maniera sommersa o evidente, dal gruppo di appartenenza, in quanto esso soddisfa quasi sempre il potere coercitivo della struttura sociale. In particolare, il look, seppur individuale, segue il principio dell’imitazione e riproduce le preferenze e le caratteristiche culturali generali che sono specifiche della società di provenienza. Tuttavia il corpo delle donne di Betlemme, avvolto in abiti tipicamente occidentali come jeans, t-shirt, accessori e scarpe con tacchi vertiginosi, sancisce uno stile pienamente globalizzato; tutto questo però sembra non affrancarle dalle regole che la società impone loro. Nel rispetto delle norme, le donne palestinesi cercano di modellare e di conformare il proprio abbigliamento al tipo ideale affermato dalla cultura contemporanea occidentale, tuttavia la famiglia – unica detentrice dell’eredità culturale – non può permettere che “la propria figlia” sia oggetto di etichette sociali, ciò inciderebbe inevitabilmente sul suo futuro (ovvero nessuno la sposerebbe), e soprattutto disonorerebbe la famiglia. É lecito affermare quindi, che nonostante si registri un’uniformazione verso lo stile occidentale, come a esempio il modo di abbigliarsi summenzionato, l’identità dei palestinesi continua a essere alimentata da un sistema culturale basato su regole solide e avite e sulla guida dei precetti religiosi, interiorizzati dalla comunità domestica e trasferiti alle nuove generazioni. Questa capacità di cristallizzare i simboli della fede, da parte delle due principali religioni monoteiste presenti nel Territorio Palestinese, rappresenta anche il maggiore “serbatoio di tensione”, ben celato, tra cristiani e musulmani, che seppur abbiano imparato a coabitare pacificamente, instaurando in alcuni casi forme di amicizia, i loro rapporti non sembrano andare aldilà della convivenza cordiale e della comune condivisione del medesimo spazio pubblico.

Il contesto appena delineato, prevalentemente sacrale, di Betlemme, confuso e indefinitivo, multiforme e al tempo stesso culturalmente tradizionale, dalle evoluzioni lente e dai valori religiosi immutabili, sia per i musulmani che per i cristiani, appare allo stesso tempo come un ambito geografico in cui uomini e donne auspicano però quella trasformazione innovativa e tecnologica che potrebbe portare loro il vento dello sviluppo economico ma, soprattutto, quell’aria di libertà che molto desiderano. La storia della Palestina è marcatamente segnata dal mancato processo di secolarizzazione e da un evidente processo di disaggregazione politica e sociale, iniziato ancor prima dell’ondata migratoria sionista; il conflitto con Israele è solo uno dei problemi che i palestinesi patiscono: una classe politica poco rappresentativa e attiva sul territorio, debole e impreparata al confronto su temi economici, sociali e scientifici, rappresenta l’altro punto debole del popolo palestinese. In parte, la chiusura a riccio di alcune comunità della Palestina è certamente legata alla paura di perdere la propria identità: vivere permanentemente all’estero per la maggior parte dei palestinesi di Betlemme intervistati, significherebbe allontanarsi dalle radici arabe. L’universo dell’identità dei palestinesi, sollecitata dalla memoria storica condivisa, vincolata al lignaggio, al retaggio culturale, e al localismo, si configura frammentata, ma non fragile, eterogenea e allo stesso tempo caratterizzata da alcuni punti fermi, condivisi da tutta la popolazione, da Ramallah a Nablus, da Gerusalemme a Betlemme: la costruzione di uno Stato, con una vera Autorità politica rappresentativa del benessere comune, la fine della guerra con Israele e il ritorno ai confini sanciti nel 1967, costituiscono gli elementi che uniscono tutti i palestinesi. Gli abitanti di Betlemme, circondati dal muro di separazione che non lascia intravedere nessun barlume di speranza, vivono la propria quotidianità intorno ai loro precetti e alla loro routine, demoralizzati, “resistono” a un’occupazione militare per loro ingiusta, che li ha espropriati dal proprio territorio. Del resto, è la storia più naturale del mondo: chi vince comanda, chi perde subisce. I palestinesi di Betlemme mi ricordano la mia Sicilia, il Sud dell’Italia, oppressa dalle pratiche impolitiche, senza sviluppo, senza un governo che, assumendosi le proprie responsabilità, affronti con coscienza i reali problemi. La Sicilia, senza strade sicure, o senza strade, stretta nella morsa del suo male incurabile, la mafia, isolata al solo soffio del vento che agita il mare, ma anche terra di sapori, di odori, di bellezze naturali e di gente accogliente. Durante il mio soggiorno a Betlemme, pur cercando di sgombrare la mente da interpretazioni fondate su basi emozionali, ho pensato all’iniquo destino che subiscono le popolazioni dei “Sud” del mondo e delle Nazioni: giudicate e mai comprese, oggetto di valutazioni stereotipate e mistificanti, causate da una conoscenza superficiale dei luoghi e della storia che, troppo spesso, tende ad annullare l’importanza dei valori simbolici e culturali della gente del luogo.

Seppur lontana dalla mia terra, non ho mai avuto la sensazione di vivere in una cultura totalmente diversa dalla mia, eppure mi trovavo in un altro continente. Quante volte entrata in una bottega, o in un ristorante, mi è stata rivolta la parola in arabo, convinti che io fossi una di loro, giacché i mie tratti somatici somigliano molto alla gente del luogo, e quante volte, passeggiando per le strade della Cisgiordania, mi sono sentita a casa.

1 Comment

  1. Carla
    21/10/2013

    Mentre leggevo l’articolo, nella prima parte, pensavo a quanto simile fosse la struttura della società palestinese a quella “nostra”, del Sud Italia, della Sicilia in particolare. Sentivo una certa familiarità di concetti con quanto descritto dall’autrice. Pertanto mi sono trovata a sorridere con approvazione nella parte finale dell’articolo che trovo molto puntuale nell’analisi e molto ben scritto.

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