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Giordania: la calma è la virtù dei forti?

di Andrea Bonesso

Nonostante i venti di cambiamento, anche se a volte sembra si tratti di tempeste più che di piacevoli brezze, continuino a soffiare in tutta la regione vi è uno stato, la Giordania, che pare non risentirne più di tanto.

È pur vero che anche nella monarchia guidata da Re Abdallah II, a partire dal 2011, migliaia di persone in varie città del paese sono scese nelle strade, ma più al fine di ottenere il superamento delle difficoltà economiche (tassazione elevata, disoccupazione, squilibrio nella distribuzione della ricchezza) che allo scopo di richiedere maggiori libertà politiche e riforme costituzionali. Tuttavia la gran parte di chi ha organizzato e guidato i vari cortei non apparteneva, come in altri contesti nei quali è esplosa la cosiddetta primavera araba, ai giovani, nativi digitali o meno; siamo invece davanti a esponenti di forze socio-politiche, per così dire, più tradizionali. Parliamo di esponenti di gruppi di pressione, capi tribali, leaders di associazioni di categoria. Questi, si osservi, protestano contro le riforme politiche in senso liberale, promosse da Abdallah II a partire dagli anni 2000, per rendere più “democratico” il paese e consistenti nella modifica di una parte della costituzione, nella formazione di una commissione elettorale indipendente, nei cambiamenti alla legge elettorale e nell’operatività di una corte costituzionale. Chi protesta, quindi sembrerebbe orientato al mantenimento dello status quo. Condizione che, evidentemente, garantisce rendite di posizione a tali soggetti.

Una società civile divisa e poco rappresentata

Le preoccupazioni dei giovani, in un paese dove più della metà della popolazione ha meno di 30 anni, sono altre: a esempio un tasso di disoccupazione, ben oltre il 30%, che colpisce duramente proprio gli under 30.

Questa “metà giovane” della società giordana soffre, forse, di un’altra limitazione. Come evidenziato da un recente sondaggio, effettuato su finire del 2012 dal Centro per lo sviluppo della società civile “Al-Hayat”, soltanto lo 0,6% degli intervistati, su un campione di 1620 cittadini di età superiore a 18 anni, ha dichiarato di essere impegnato in partiti politici; mentre una percentuale ben consistente (60%) ha tranquillamente dichiarato che i propri bisogni o sensibilità non sarebbero rappresentati da alcun soggetto politico, nemmeno dalla longa manus dei Fratelli musulmani di Giordania, l’Isf (Islamic action front).

I partiti politici, come confermato anche in occasione dell’ultima tornata elettorale indetta per rinnovare la camera bassa del parlamento e svoltasi lo scorso 23 gennaio, sembrano non essere in grado di intercettare le sensibilità e le effettive esigenze della società giordana e paiono inclini a una sorta di “conservatorismo” sociale.

La componente giovane della società, pur aspirando a maggiori libertà, sembra comunque maggiormente concentrata su rivendicazioni di tipo economico, senza arrivare a mettere radicalmente in discussione la monarchia hascemita. Il protagonismo giovanile, non rappresentato dai partiti politici, trova espressione in movimenti nati anche grazie ai social network, in analogia con quanto accaduto in Egitto o in Tunisia, per citare i casi più noti. A conferma di questa tendenza, ad esempio, si segnala come la pagina Facebook del gruppo “Al-Hirak” (Il movimento) conti, dati di giugno 2013, circa 35000 contatti. Una caratteristica qualificante di questo gruppo riguarda la sua apertura ai transgiordani, ovvero i palestinesi residenti nel Regno che, attualmente, pur rappresentando circa la metà dei sei milioni di abitanti, non sono rappresentati e non godono di alcuni diritti al pari degli altri cittadini.

Un eventuale allargamento dei diritti ai palestinesi, che inizia a essere valutato da qualche esponente della società civile giordana, è oggi vissuto come una concreta minaccia ai propri interessi da parte di quei settori che si riconoscono nei gruppi protestatari di cui si è già parlato.

Un futuro e un ruolo regionale da definire

In un contesto locale fortemente movimentato, da un certo punto di vista, la Giordania rappresenta un’osai di stabilità; situazione apprezzata e sostenuta da non poche cancellerie occidentali. La politica delle “concessioni centellinate” di Re Abadallah II potrà costituire una transizione graduale verso una democrazia compiuta? Interrogativo cui non è semplice dare una risposta. Le questioni sul tappeto sono molte: interessi stranieri, pressioni diplomatiche ed economiche. In realtà il dubbio principale concerne la consapevolezza e il ruolo della società civile. Fino a oggi, infatti, le riforme sono state pensate e realizzate dal Re e dai suoi consiglieri, secondo uno stile “dall’alto” che non pare del tutto coerente con una sensibilità democratica radicata e diffusa. Sarebbe auspicabile che la società e le sue componenti anticipassero le scelte politiche, pure quelle dei piccoli passi.

1 Comment

  1. don Giuseppe Bratti
    23/11/2013

    L’articolo coglie precisamente la questione che è al centro: come l’Islam può evolversi in senso democratico. Importante notare anche la situazione dei palestinesi di Giordania. I giovani e i social network possono precorrere le scelte politiche, pure quelle dei piccoli passi. Grazie. Spero di leggere ancora approfondimenti sulla Giordania.

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