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Quale posta in gioco: la Siria e la politica internazionale

di Andrea Bonesso

Lo stato siriano oggi esistente ha assunto l’attuale configurazione in tempi relativamente recenti; la data di nascita può essere infatti fatta risalire al giorno 9 settembre 1936, quando venne firmato a Parigi il trattato franco-siriano. Sulla base di questo accordo al governo di Aleppo e allo stato indipendente di Damasco, già uniti dal 1923, vennero affiancati il territorio autonomo degli alawiti e quello denominato Jebel-druso. Fino al trattato di Parigi, il territorio siriano era suddiviso in vari “principati” nel periodo del dominio ottomano (1516-1918), quindi in quattro stati nella fase del cosiddetto mandato francese (1920-1946).

Tale unificazione non fu accolta con particolare entusiasmo da una parte degli alawiti, come testimoniato da due lettere inviate nel 1936 da alcuni notabili al presidente libanese dell’epoca, Emile Eddé, e al patriarca maronita, Antoine ‘Arîda. Essi non vedevano di buon occhio il loro inserimento in uno stato controllato dai sunniti.

Nel 1942, alcuni giovani intellettuali fondarono il gruppo denominato “movimento Baath” (harakat al-ba‘th), il quale, nel 1945, verrà ufficialmente chiamato “partito Baath”. A seguito del definitivo ritiro delle truppe francesi e inglesi dalla Siria, tra la fine del dicembre 1946 e qualche giorno prima della dichiarazione d’indipendenza della repubblica siriana, un certo numero di giovani provenienti da Siria, Libano, Iraq e Transgiordania, parteciparono, il 4 aprile 1947, allo storico primo Congresso del partito Baath.

I partecipanti ai lavori eleggono tal Michel ‘Aflaq presidente del partito, nominano un comitato esecutivo con ampi poteri e adottano una costituzione. Nasce ufficialmente il partito Baath arabo” (Hizb al-ba‘th al-‘arabî).

Nei suoi iniziali anni quale stato sovrano e indipendente la Siria vede consolidarsi una promettente vita democratica, come testimoniato dal sorgere di altri partiti politici, tra i quali il partito nazionale il cui intento esplicito consisteva nel raggiungimento dell’unità araba e nel conseguimento dell’indipendenza della Siria; partito popolare siriano, fondato nel 1932, il cui programma prevedeva la costituzione della cosiddetta “Grande Siria”, un territorio che avrebbe dovuto riunire in un’unica entità statale Siria, Libano, Palestina, la Transgiordania, Iraq e Cipro; il partito socialista arabo, fondato nel 1950 e balzato agli onori della cronaca non tanto per l’effettivo seguito, quanto per la fusione con il partito Baath, decisa nel corso del secondo congresso del giugno 1954 dai delegati baathisti. Infine, il movimento Fratelli Musulmani, nato come noto nel 1928 in Egitto, poté contare su un certo sostegno nelle città di Hama, Homs e Damasco.

Una collocazione strategica

Il posizionamento geografico della Siria, a cavallo tra Turchia, Egitto, mar Mediterraneo e area mesopotamica, costituisce un potenziale vantaggio e, parimenti, stuzzica gli appetiti delle nuove potenze regionali emergenti. Nel secondo dopoguerra e fino agli anni ’60 essa sarà sotto la lente d’ingrandimento delle diplomazie di Iraq ed Egitto. Tuttavia anche altri attori internazionali non distolgono il loro sguardo interessato, intervenendo pesantemente anche nelle scelte di politica interna. Interessi interni ed esterni e rivalità difficili da ricomporre consentono di capire come mai, tra il 1949 e il 1963, siano avvenuti nel paese ben sette colpi di stato. Questi episodi, ad opera di generali, evidenziano il progressivo peso assunto dall’esercito sulla scena politica interna.

L’affermazione degli alawiti

In questo clima segnato da lacerazioni e forti contrapposizioni, lentamente emergono gli alawiti che, contrariamente alle loro iniziali perplessità sullo stato siriano, acquistano visibilità e potere. Nel corso del decennio 1960-1970 esponenti alawiti e graduati baathisti si incontrarono più volte, al fine di determinare la linea politica del partito Baath, controllare in toto l’esercito nazionale e, di fatto, governare con il pugno di ferro l’intero paese. Le informazioni e i documenti non sempre consentono una ricostruzione accurata dello svolgimento dei fatti, tuttavia l’8 marzo 1963 il golpe del comitato militare baathista è coronato da successo. Eliminati vari avversari politici, il comitato conduce, tra il 21 e il 25 febbraio 1966, un secondo colpo di Stato. Si decide di sospendere la costituzione allora in vigore; nasce in tal modo un nuovo regime nel quale il potere è saldamente nelle mani del Baath. Tuttavia le tensioni, dovute alla diversità di vedute e approccio alle varie questioni, rimasero e minarono fin da subito l’alleanza tra le guide dei due schieramenti. Tensioni che esplosero in concomitanza con la rovinosa sconfitta subita dall’esercito siriano durante la guerra arabo-israeliana del giugno del 1967, culminata con la perdita delle alture del Golan.

Da questo momento assume un ruolo preponderante la figura di Assad che il 19 ottobre 1970 ordina ai suoi soldati di circondare gli uffici del Baath e il giorno dopo ne fa arrestare i dirigenti più importanti. Da questo momento Assad ha in mano il potere, come ampiamente confermato dalla nomina di uno dei suoi fedelissimi, Ahmad al-Khatîb, al vertice dello stato siriano. Sapendo che l’ascesa di un alawita alla presidenza repubblicana non avrebbe incontrato il favore dei sunniti siriani (gli alawiti non sono considerati musulmani), Assad chiede all’imam sciita libanese Mûsâ al-Sadr, suo amico, di promulgare una fatwa in cui si affermi solennemente che gli alawiti non sono musulmani sciiti. Il definitivo consolidamento del suo potere avviene il 12 marzo 1971, giorno in cui, dopo essere stato designato da 173 membri dell’assemblea del popolo (parlamento) quale candidato alla presidenza della Repubblica, Assad diventa presidente a seguito di un referendum popolare. Nel 1973 egli propone e attua una modifica della costituzione allo scopo di cancellare la disposizione secondo la quale il presidente della repubblica deve essere di religione islamica. Questa decisione provoca la ferma reazione da parte degli ulema sunniti siriani.

Al fine di rafforzare ulteriormente la propria leadership, nomina progressivamente, nei ruoli chiave dell’esercito, esponenti alawiti oppure sunniti o cristiani di provata fedeltà al regime. Analoga procedura contraddistingue il reclutamento dei membri dei servizi segreti. Secondo una tipica linea dinastica, tale sistema di potere si è regolarmente trasmesso di padre in figlio; prova ne sia che l’attuale presidente Bashar al-Assad è riuscito a mantenere, pur in condizioni per nulla facili, il controllo dell’esercito. Nessun corpo militare agisce privo del suo esplicito consenso, come ben testimoniato dagli attuali tragici eventi siriani, iniziati con le proteste popolari del marzo 2011.

Dopo aver costituito un forte potere centrale con sede nella capitale Damasco e imposto con la forza la loro autorità sull’intero territorio, la dinastia degli Assad ha raggiunto l’obiettivo di rendere il paese il fulcro di un’alleanza strategica che, iniziando dall’Iran, attraverso l’Iraq, coinvolge il movimento libanese di Hezbollah. Questo patto è stato definito anche “mezzaluna sciita” (al-hilâl al-shî‘î), anche se i risultati delle recenti elezioni presidenziali in Iran potrebbero portare a qualche ritocco di tale alleanza.

Alla luce di questo variegato processo storico-politico, nonché tenendo presente l’accesa rivalità tra gli Usa e i loro alleati verso l’Iran e i propri, si possono comprendere meglio gli esordi e gli sviluppi drammatici, ancora in corso, che caratterizzano la storia siriana recente. Molti attenti osservatori ritengono che l’odierna crisi siriana non sia una semplice questione interna di rapporti tra un’opposizione, per quanto eterogenea, e un potere centrale dispotico. Essa assume sempre più l’aspetto di questione di assoluta rilevanza internazionale, la cui soluzione potrebbe aprire scenari inediti ben oltre la regione del vicino oriente.

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