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Dove va l’Italia? Diamo una speranza ai giovani

di Paolo Nepi

In una riflessione di carattere generale sulle attuali vicende politiche dell’Italia è quasi impossibile sfuggire a uno di questi due rischi: quello del catastrofismo o quello della minimizzazione dei problemi. Difficile mantenersi in quella posizione che Aristotele avrebbe chiamato del “giusto mezzo”, da intendere come una misura di bilanciamento atta a stabilire l’autentica moralità delle nostre azioni, sempre sospese tra due opposti.

Dovendo incorrere inevitabilmente in uno dei rischi sopra esposti, cercherò di non incorrere nel secondo, quello che minimizza i problemi, dato che il sistema Paese ha raggiunto un grado di criticità a tutti i livelli che non consente nessuna forma di illusione. Siamo dunque condannati inesorabilmente al catastrofismo? Poiché ritengo che la speranza, che è una virtù teologale, sia anche la più laica delle virtù cristiane, sento il dovere di non cedere a visioni catastrofiche. Pertanto, anche se in questo momento prevale nel mio sentire soggettivo il pessimismo, cerco di adottare la misura di quello che Emmanuel Mounier chiamava l’ottimismo tragico (optimisme tragique), ossia una visione della situazione non disperata, ma con la consapevolezza che non potremo uscire dal tunnel in cui siamo entrati senza dolori e sofferenze. Con la speranza, peraltro, che non siano sempre i più deboli a pagare il conto.

Il vero nodo dell’Italia è costituito dalla crisi politica, che non riesce ad affrontare l’emergenza economica e sociale con l’autorevolezza che sarebbe necessaria. La democrazia italiana è nata con una congenita difficoltà a costituirsi come democrazia compiuta. In quella che è stata chiamata, credo non senza superficialità, la Prima Repubblica, non è esistita, per cause interne e internazionali, l’alternanza, che è l’ingrediente necessario di una vera democrazia. Dal 1992, in seguito alla pressione delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto non solo i singoli, ma il sistema politico nel suo complesso, si è cominciato, anche qui con non poca superficialità, a parlare di Seconda Repubblica. Il sistema dei partiti nati dalla Resistenza è stato sostituito da un sistema di partiti che, nel giro di pochi anni, sono nati o sono ben presto diventati partiti a stretta vocazione personale. Partiti che dipendono o da una persona, vedi il caso attuale del PDL e del Movimento 5 stelle, o da una lotta perpetua tra persone che si contendono il potere interno come il PD, che tenta di mantenere la dinamica democratica dei partiti di massa, con gli iscritti che sembrano però diventati spettatori di una partita, e che tifano, più per motivi emotivi che di programma, per l’uno o per l’altro contendente. Se dai partiti maggiori passiamo a quelli minori la situazione non cambia sostanzialmente.

In questo contesto, e con una crisi economica e sociale che morde procurando gravi difficoltà alle famiglie, è nato il governo delle “larghe intese”, sostenuto dalle due formazioni politiche che si erano affrontate in modo fortemente antagonistico nella recente campagna elettorale. Il Presidente della Repubblica, rieletto nell’emergenza, ha favorito la nascita di questo governo come atto di responsabilità politica, dal momento che tornare alla urne con questa legge elettorale non avrebbe probabilmente risolto il problema della mancanza di una maggioranza. Un governo concepito tuttavia con un mandato a termine (anche il Presidente del Consiglio ha parlato di 18 mesi), con un programma di emergenza e con l’impegno delle forze politiche che lo sostengono a trovare l’intesa per una legge elettorale che non sia concepita, come quella attuale, con l’intento preciso di rendere il più difficile possibile la formazione di una omogenea maggioranza parlamentare nelle due Camere.

Già l’espressione “larghe intese” contiene tuttavia elementi di ambiguità. Nel senso più immediato significa che l’intesa coinvolge i due maggiori soggetti politici, in questo caso PDL e PD, che allargano i confini della normale dialettica democratica, dal momento che sarebbero formazioni politiche originariamente e costitutivamente antagoniste, e quindi, in un sistema democratico compiuto destinate, dopo una consultazione elettorale, l’una al ruolo di governo e l’altra a quello di opposizione. Se dalla procedura ci spostiamo al livello dei contenuti, ovvero del programma, l’espressione “larghe intese” genera invece la sensazione che l’intesa da cui è nato questo governo sia talmente “larga” (generica?) che non consente, a differenza di quanto è avvenuto in altri Paesi (vedi la Germania), una efficace azione di governo come quella che sarebbe richiesta in questo momento. Il Governo, composto peraltro di ministri con un significativo profilo di competenza, deve infatti ogni giorno muoversi su più fronti, sia all’interno che all’esterno, dando sempre l’impressione di buona volontà nell’affrontare i problemi, ma di non poter contare su una maggioranza coesa. Una maggioranza che gli permetta di fare quelle riforme, a partire dalla riduzione della spesa pubblica, che consentirebbero la riduzione del prelievo fiscale e gli interventi necessari per la ripresa degli investimenti.

In questo contesto si colloca anche la “questione cattolica”, ovvero la questione del contributo che possono dare i cattolici, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, in questa delicata fase del Paese. Dando per scontata la difficoltà, in questo momento, di recuperare l’unità in un partito, i cattolici presenti nelle varie formazioni politiche non possono infatti non avvertire il peso di una specifica responsabilità. Tale specifica responsabilità si misura sulla capacità di mettersi a servizio del valore politico più importante, che è il bene comune. Ciò significa abbandonare la polemica quotidiana su questioni personali, comprese quelle che riguardano Silvio Berlusconi, e stilare un’agenda di priorità per evitare che la crisi sbocchi in forme incontrollabili di protesta sociale. Tra queste priorità – senza dimenticare le questioni attinenti alla bioetica e alla libertà di educazione, su cui occorre però un aperto confronto con la cultura laica non collocabile sul fronte individualistico-radicale – vi è la questione giovanile, che tutti ormai descrivono come una generazione a cui è stata tolta la speranza del futuro. E poi la questione della giustizia, in un Paese in cui, nei momenti di crisi, si allarga la forbice tra i garantiti e i non garantiti. E questo vale dal lavoro, tra chi lo ha del tutto tutelato e chi nemmeno lo trova, alla questione previdenziale, che dopo anni in cui lo Stato sociale si è trasformato in uno Stato assistenziale, vede convivere pensioni da fame con pensioni d’oro del tutto ingiustificate.

Dice un proverbio popolare che per distinguere il grano dalla pula occorre il vento. Oggi il vento della storia soffia forte. Speriamo che i cattolici italiani, anziché disperdersi nell’aria come la pula leggera, assumano quel peso che li porti, come il grano, a soddisfare la fame di giustizia che cresce nel nostro Paese.

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