Fondazione Giovanni Paolo II onlus
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Ancora Palestina

di Benito Boschetto

Diceva Mons. Bettazzi che se tornasse San Francesco, oggi sceglierebbe la giustizia. Si sa bene che il problema, irrisolto e forse irrisolvibile, della giustizia, ha sempre accompagnato la storia dell’umanità. Ma si sa anche che, da un lato, quello della giustizia, è stato un costante campo di battaglia fra gli uomini, e, dall’altro, che il capitalismo finanziario selvaggio che domina il mondo globalizzato di oggi, vera e propria “fabbrica della povertà”, ha finito per aggravare ancora, e sempre di più, il problema, con una tendenza, per giunta, a crescere piuttosto che a risolversi.

Eppure, nello stesso tempo, va rilevato che solo la giustizia è in grado di aggredire le cause della povertà. E quindi, come tale, è dimensione alta della carità, che si affianca a quella pure straordinaria che, nelle mille forme, della povertà cura gli effetti.

La nostra Fondazione ha ben colto questo nel suo impegno umanitario nei paesi del medio oriente, dove, da anni, sta svolgendo uno straordinario ed efficace impegno di testimonianza umana e, quindi, cristiana, a favore dei più poveri e più deboli. Un’area dove la povertà riassume tutti gli elementi che la compongono: dai diritti umani, alla condizione di emarginazione economica e sociale di molta parte della popolazione, alla tragica condizione giovanile, ai giochi e condizionamenti di una complessità politica ideologica e culturale, che non ha pari. Una realtà dove grande è il bisogno di solidarietà pubblica e privata. Un’area che esprime la grande contraddizione della magia del luogo, dove il messaggio di salvezza spirituale e materiale dell’uomo, ha toccato i vertici dell’amore e segnato un discrimine nella storia dell’umanità, con un “prima” che lì doveva arrivare e un “dopo” che da lì doveva ripartire ispirando “mondi e cieli nuovi”, mentre è diventato il luogo simbolo delle contraddizioni di un mondo ancora segnato dalla condanna di Babele e ancora molto lontano dall’aver capito il grande messaggio di amore che, da lì, Gesù ha chiamato tutti gli uomini a vivere.

E così alla grande attenzione e al grande contributo che ha dato e sta dando al mondo dei malati e dei disabili, alla educazione dei bambini e ragazzi e a una loro sana socializzazione, a quello dei profughi e dei rifugiati, la Fondazione Giovanni Paolo II si è aperta alla prospettiva di contribuire sia a progetti di sviluppo economico sociale, che a progetti culturali, nella consapevolezza che tutte queste dimensioni  interagiscono in un processo non separabile, se la prospettiva è quella di contribuire alla nascita di un  nuovo umanesimo che, proprio nei e dai luoghi santi, può trarre ispirazione e valore esemplare.

Più volte è stato riferito delle attività di solidarietà sociale della “charity”. Ma adesso alle prime esperienze di formazione e addestramento professionale che continueranno, non solo in attività di produzioni artigianali finalizzate a dare un mestiere a giovani in cerca di una prospettiva di lavoro, ma anche a mestieri nuovi nel settore dei servizi: da quelli sociali, al marketing, al web, si apre un capitolo nuovo. Un capitolo tutto da sperimentare, ma che può contare su presupposti di solida serietà e che si colloca in una prospettiva strategica di sicuro interesse.

Sappiamo, per esempio, quanto l’energia (quella elettrica soprattutto, ma anche quella termica), rappresenti in tutto il mondo, una risorsa strategica per lo sviluppo. Così come sappiamo quanto, su questo fronte, si giochi anche una evoluzione del sistema economico verso una economia pulita riservando un’attenzione crescente alle energie alternative. Nel caso specifico della Palestina, poi, i vincoli imposti dal regime di occupazione israeliana, hanno creato una totale dipendenza dei territori e della popolazione palestinese dalle forniture di Israele, che potrebbe farne anche un uso politico di tipo ricattatorio. E’ comunque, una situazione che genera una insostenibile precarietà e incertezza, a cominciare dall’handicap costituito da un importante ostacolo per gli investimenti esteri.

Una riflessione puntuale su questo problema ci ha portato a elaborare un progetto che, attraverso la creazione di piccoli impianti, si possa generare un processo diffuso di centri di autoproduzione di energia, replicabili nei territori, che progressivamente contribuisca a un affrancamento da questi vincoli.

Stanno cosi partendo tre progetti sperimentali di autoproduzione di energia verde rinnovabile: uno a Betlemme con il comune sul ciclo dei rifiuti urbani (raccolta/selezione/produzione di bioenergia elettrica e termica: per “una città pulita e illuminata”); uno a Dura, centro agricolo nei pressi di Hebron in collaborazione con una cooperativa di ben 300 agricoltori che, invece, tratterà biomasse agricole e animali per energia elettrica e termica con progetti complementari sull’utilizzo dell’energia termica per impianti produttivi di calore e refrigerazione; uno infine di tipo voltaico/solare a Nablus da collocare in un edificio storico ristrutturato, ma al servizio dei bisogni energetici del contesto urbano circostante. Vale anche rammentare che quelli  di Betlemme e Dura sono i primi impianti bio realizzati in Palestina. E dopo questa fase sperimentale potranno essere replicati altrove.

Su questi progetti sono stati sottoscritti accordi di collaborazione con l’Università Statale di Milano, che ha già avviato la progettazione tecnica e tecnologica, l’Associazione Man.Se.F. onlus che collaborerà al business plan, al fund raising e altre attività, mentre sono avviati contatti con importanti ong tedesche operanti negli stessi territori e molto interessate a questi progetti, come a una prospettiva di più ampia collaborazione che noi abbiamo proposto.

A questa attività è coinvolto/attento e sensibile anche il consolato italiano e lo specifico settore della cooperazione che sta seguendo gli sviluppi dei progetti con interesse e sostegno politico/economico.

È stato organizzato un viaggio per 9 giovani dirigenti delle camere di commercio palestinesi, che verranno in Italia per studiare i servizi reali alle imprese delle camere italiane, uno dei più avanzati a livello internazionale, che possono essere organizzate anche  da loro per le loro imprese.

Un protocollo di collaborazione è stato sottoscritto anche con la Betlemme University per scambi culturali e soprattutto per organizzare un osservatorio economico/sociale (non esistente in Palestina) che partendo dalla creazione di un data base informativo, possa poi organizzare ricerche, tesi, attività varie di studio, utili a indagare la realtà e l’evoluzione dei Territori al servizio delle molteplici articolazioni della società palestinese.

Ma anche le attività culturali costituiscono un settore di interesse della Fondazione, in stretta collaborazione con le autorità culturali italiane del nostro consolato. Su questo fronte sono in corso iniziative di vario interesse a diversi stati di avanzamento. Si tratta di un’attività di cui vi è un grande bisogno, un grande interesse e sulla quale operatori di differenti mondi di riferimento, stanno manifestando un crescente attivismo, non sempre del tutto limpido e politicamente disinteressato.  Mentre una domanda forte si alza dalla realtà locale, anche  nella consapevolezza che la cultura è pur sempre un’alternativa alta e una “via di fuga”, alle ingiuste e intollerabili restrizioni fisiche e psicologiche imposte dal regime di occupazione.

1 Comment

  1. 31/05/2013

    e’ difficile trovare persone competenti su questo argomento, ma sembra che voi sappiate di cosa state parlando! Grazie

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