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Su Papa Francesco e Medio Oriente

di Fulvio Scaglione

L’elezione di papa Francesco ha subito portato in prima pagina alcuni “primati”: è il primo Papa a chiamarsi Francesco, il primo gesuita, il primo dopo circa mille anni a non essere nato in Europa. Non sarebbe male ricordare che del cardinale Bergoglio diventato Papa hanno parlato benissimo, con sfumature addirittura affettuose, due comunità che raramente manifestano le stesse simpatie: quella ebraica e quella islamica. In Argentina con particolare calore, com’è ovvio. Ma anche altrove. E pure questo, se non è un primato, poco ci manca. La cosa dice molto della biografia umana e spirituale dell’attuale Pontefice. E fa lievitare qualche speranza in più per il Medio Oriente e per i suoi cristiani. Ho volutamente scisso le due entità (Medio Oriente e cristiani), che sono ovviamente inscindibili, perché entrambe hanno bisogno di un’attenzione particolare da parte del Papa stimato da musulmani ed ebrei. Il Medio Oriente, a dispetto delle analisi superficiali a suo tempo “sdoganate” dal concetto fasullo dello “scontro di civiltà”, non è stato tradito dalle religioni né dai religiosi. È stato tradito, ed è tradito ogni giorno, dalla politica. Basta leggere le cronache che arrivano dalla Siria, trasformata in una riedizione del Libano degli anni Settanta, cioè nel campo di battaglia di interessi che tutto sono tranne che siriani. O rileggere le cronache di ieri da Paesi come il Bahrein, dove il desiderio di democrazia (sacrosanto, per fare un esempio, in Iran) è stato demonizzato e represso nel sangue con il beneplacito delle democrazie occidentali. O quelle dell’altroieri dall’Irak. O anche dare un’occhiata ai resoconti del viaggio di Barack Obama in Israele. Se c’è una cosa chiara è questa: la politica può solo peggiorare la situazione del Medio Oriente, di per sé già drammatica.

È ovvio che papa Francesco non potrà trasformarsi in un super-ambasciatore, in una specie di Onu in veste bianca. Ma è altrettanto chiaro che al Medio Oriente serve l’occhio lungo di un’autorità morale e spirituale capace di sentirsi totalmente libera dagli interessi contrapposti, e di esprimersi e agire di conseguenza; capace di parlare unicamente in nome degli esseri umani. Nessuno, oggi, corrisponde a un simile identikit. Se non, come si spera, questo nuovo Papa amico degli ebrei (ancora nel novembre scorso la cattedrale di Buenos Aires lo vide protagonista, insieme con il rabbino Alejandro Avruj, di una celebrazione in memoria della “notte dei cristalli” del 1938) e amico dei musulmani. Il Papa che parla dei poveri, abbraccia i sofferenti ed esalta la tenerezza.

E poi, si diceva, i cristiani. Anche per i cristiani del Medio Oriente papa Francesco potrà essere una benedizione. Perché è il loro faro spirituale. Ma anche perché sembra avere tutte le caratteristiche per esaltare la funzione che i secoli hanno finito col consegnare ai seguaci di Cristo: quella di comunità minoritaria ma indispensabile all’equilibrio di intere società. Dove le comunità cristiane resistono, il tessuto collettivo resiste. Dove le comunità cristiane sono sbandate o s’indeboliscono oltre una certa soglia, le tensioni crescono, i conflitti aumentano. Spesso in modo drammatico. Pensiamo all’Irak e al Paese rigidamente tripartito (curdi, sunniti, sciiti) ch’è nato dopo la diaspora dei cristiani in seguito alla guerra scoppiata nel 2003. Pensiamo alla Siria e agli incubi orrendi che sperimentiamo da quando la guerra civile ha costretto a nuova catacombe la corposa (10% della popolazione) minoranza cristiana. Pensiamo all’Egitto e alle conseguenze disastrose derivate dall’aver messo in un angolo, spocchiosamente prima ancora che anti democraticamente, le istanze dei copti. E per converso pensiamo al Libano, dove i gruppi sciiti e sunniti, memori degli anni Settanta, quasi fanno a gara nel garantire ai cristiani un “peso” politico che i numeri della popolazione forse negherebbero, consci che senza l’equilibrio portato dai cristiani il disastro tornerebbe a portata di mano.

I cristiani, in Medio Oriente, sono il lubrificante indispensabile allo sviluppo, al progresso, alla pace.  Sono come il lievito per il pane. In un discorso del 2011, dedicato alla “pastorale urbana”, l’allora cardinale Bergoglio disse: “Lo sguardo trascendente della fede che porta al rispetto e all’amore del prossimo aiuta a scegliere di essere cittadino di una città concreta e a mettere in pratica attitudini e comportamenti che creano cittadinanza”. Non è quanto fanno, giorno dopo giorno, migliaia di cristiani del Medio Oriente? Non è loro, tipicamente loro, la capacità di “fare società”, appoggiandosi alla fede in Paesi in cui sono “uguali” (perché i cristiani di Palestina sono palestinesi, quelli di Siria siriani, quelli del Libano libanesi) e allo stesso tempo “diversi” perché pochi e deboli a fronte di altri che sono tanti e forti? Papa Francesco, in qualche giorno, ha convinto il mondo (i  cardinali, a quanto pare, erano già convinti) di avere moltissimo da dire e da dare. Anche per il Medio Oriente, dove di solito tutti hanno moltissimo da prendere, è una stupenda notizia.

Primo Angelus di Papa Francesco (17 marzo 2013)

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