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Francesco

di Franco Cardini

Non sappiamo che cosa ci riserva questo pontificato. Non sappiamo nulla, per la verità, di quel che ci riserva il futuro: una crisi forse grave, forse di proporzioni mai viste, incombe sull’Italia, sull’Europa, sul mondo. Eppure, quella sera di mercoledì 13 marzo  2013 non ce la dimenticheremo mai. Una manciata di minuti, poco dopo le 19 (quella fumata candida…) e poco dopo le 20,30, il Nuntio vobis gaudium magnum. La piazza San Pietro gremita. Le luci, le grida, i colori, le bandiere, le uniformi italiane e pontificie.

 L’impressione che ormai questo, l’ufficio pontificale, è rimasto davvero l’unico grande potere tradizionale al mondo. Immagini di gloria, di fervore, di fede, di potenza che sembrano tanto più impressionanti in quanto ci giungono dopo giorni di apprensione, di dubbio, di disorientamento: un vecchio pontefice che si ritira a spalle curve e in punta di piedi, frasi pesanti come macigni che stigmatizzano i peccati che “deturpano il volto della Chiesa”, indiscrezioni che parlano di personalismi, di tensioni, di dure lotte di potere dietro le severe muraglie vaticane. Sarà un conclave lunghissimo, dicevano alcuni. No, sarà breve, sostenevano altri, sottolineando però che la brevità non è necessariamente segno di concordia tra gli elettori ma può voler dire l’esatto contrario: siamo in disaccordo pieno, scegliamo in discorde concordia un eletto di “basso profilo” che prenda l’impegno di esser notaio del nostro drammatico litigio e che s’impegni a tradurlo al più presto nell’unico esito possibile, l’ultima sponda, la speranza estrema: un nuovo concilio chiarificatore.

Ed ecco che le ipotesi più rosee, o forse  le paure più pessimistiche, sono sembrate avverarsi. Tra le grida di evviva di una folla entusiasta, mentre le  campane stavano a festa, quella figura candida e benedicente apparsa al balcone. Fino dal giorno dopo, si è “rivelato” (i soliti bene informati, quelli che sanno sempre tutto e che non ne sbagliano mai una…) che Jorge Mario Bergoglio già nel 2005 aveva sfiorato la vittoria poi aggiudicata a Ratzinger. Strano che nessuno di questi signori del “Lo dicevamo noi…” ne avesse mai fatto parola prima.

La verità è che è stato scelto uno che non stava tra i candidati della vigilia, un uomo appartato,  magari un “papa di compromesso” che regnerà soltanto appeso al filo del consenso di chi lo ha eletto e aprirà magari una nuova era conciliaristica, che riprenda il cammino del Vaticano II ma ne rovesci il segno “progressivo” in quanto siamo qui dinanzi a un conservatore, a un gesuita allontanatosi dalla Compagnia quando essa parve troppo propendere per la “teologia della Liberazione”, un avversario giurato delle unioni gay nel suo paese, uno di cui in passato si è perfino detto a mezza bocca che non era poi così nemico degli uomini della giunta militare. Ma non si era sempre detto che i gesuiti non hanno a diventar mai papi? Perché questa “scandalosa” eccezione per giunta in un momento così delicato per la Chiesa, quando si dovrebbero fare scelte rassicuranti?

Ma la novità, lo “scandalo”, quel che ci lascia senza fiato, non è ancora tutto questo. È il paradosso del nome. Dal VI secolo, con pochissime eccezioni, i vescovi di Roma hanno abbandonato salendo al soglio pontificio il loro vero nome per sceglierne uno che rimandava a un predecessore che evidentemente il nuovo eletto sceglieva a modello, a ispiratore, in qualche modo a protettore e a garante. Pacelli scelse nel ’39 lo stesso nome di Ratti, e si chiamò Pio. In quanto intendeva seguirne le tracce. Wojtyła nel 1978 fece lo stesso nei confronti di Luciani.  Ratzinger, nel 2005, scelse il nome di Benedetto XVI perché troppi erano in quel momento i venti di guerra che soffiavano sul mondo, ed egli intendeva riprendere il programma di quel Benedetto XV che nel ’14 si era fieramente battuto contro lo spettro della guerra che si sarebbe inghiottita l’Europa. Ma allora, perché questo papa del compromesso espresso da una maggioranza tanto presto raggiunta su un cardinale tra i meno noti non ha rassicurato il  collegio cardinalizio e il popolo di Dio chiamandosi Giovanni Paolo III o Benedetto XVII, nomi che avrebbero indicato al volontà di proseguire su una linea istituzionale e al tempo stesso severa, di risanamento di un organo troppo provato nel segno però della continuità e della consuetudine?

No. Questo iberoamericano di origini piemontesi, venuto da un continente pieno di miserie, di rivoluzioni e di contraddizioni nel quale le sètte protestanti rischiano di far arretrare irreversibilmente la Chiesa cattolica, sceglie il nome dell’uomo del carisma, della profezia, della  povertà, del rifiuto di qualunque forma di potere. Nel braccio di ferro continuo fra Istituzione e Carisma, questo prelato conservatore dichiara di assumere il nome di colui che nella storia della Chiesa è stato l’alter Christus, il primo tra gli Ultimi. Questa è una sfida: ma chi ne è l’obiettivo? E come sarà condotta? Sospendiamo il giudizio.

Frattanto, però, stiamo ai segni. Sono arrivate puntuali le prime contestazioni: si è riesumato un libro che lo accusa di connivenze con il regime della giunta militare, tra 1976 e 1981. Ma si è passato sotto silenzio il fatto che allora egli, come responsabile argentino della Compagnia di Gesù, non agiva senza dubbio come voleva lui: doveva rispondere delle sue scelte al cardinal primate di Argentina, al Santo Padre, al “generale” dei gesuiti: o credete che nella  Chiesa cattolica la disciplina sia una farsa?  Lo hanno provocatoriamente sfidato a invitare in piazza San Pietro le donne di Plaza de Mayo: ma il fatto è che quelle donne sono state tra le prime ad applaudirlo. Hanno parlato di una discordia insanabile tra lui e la presidentessa argentina: ma la signora Kirchner non ha esitato invece un istante a salire su un aereo e correre a Roma.

Certo, ora vedremo in che modo Francesco I risponderà alle questioni che Benedetto XVI gli ha lasciato in eredità. L’aver sostituito la croce pettorale di umile metallo a quella d’oro, abituale per i pontefici, e l’aver semplicemente, naturalmente, posto fine a una serie di grandi e di piccoli segni di dignità e di potenza è, appunto, un atteggiamento simbolico. Vedremo quali gesti concreti, quali scelte effettive, daranno un senso a quei gesti simbolici.

La Chiesa romana attuale appare disorientata e divisa al vertice, lontana dai vertici e distratta, disincantata, nella sua base.  Il cammino del concilio Vaticano II è stato per certi versi interrotto: dovrà riprendere o sarà necessario tornare sulle sue decisioni per modificarle in tutto o in parte? Lo scollamento tra la gerarchia e il “popolo di Dio” e il fenomeno dei “cristiani sociologici” che vengono statisticamente calcolati tali ma non lo sono nella sostanza sono i due elementi negativi più evidenti e salienti del-l’attuale situazione. Vi è discordia tra i prelati e abbondante disinformazione e indifferenza tra la maggior parte dei fedeli a proposito dei grandi temi quali la bioetica. Esiste una spaventosa situazione socioeconomica nel mondo, caratterizzata da un’ingiustizia abissale e da un diffondersi galoppante della miseria, e la Chiesa a tutto ciò non può restare indifferente. Il compito di Francesco I è gigantesco, colossale: se egli lo affronterà secondo i parametri che il nome che si è scelto lascia intuire, sarà terribile. Questo papa ha bisogno di tutto il suo coraggio e di tutto il nostro sostegno. Il suo, non sarà  un compito facile.

2 Comments

  1. ALESSANDRO GUIDOTTI
    29/03/2013

    Mi è piaciuto.

  2. urbano gerola
    03/04/2013

    condivido

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