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Come danneggiare, da «amici», la causa palestinese

di Benito Boschetto

Che pur fra complicazioni, ambiguità e inaccettabili posizioni bellicose come quelle di Hamas da una parte e di Israele dall’altra, la causa palestinese riferita all’intero paese, sia una causa sacrosanta, lo dicono due dati obiettivi. Da una parte l’iniquo, intollerabile e illegale, secondo il diritto internazionale, regime di occupazione israeliano. Dall’altra il diritto ad uno stato sovrano e indipendente come, del resto, la stragrande maggioranza della comunità internazionale ha sancito più volte e, soprattutto recentemente, con il voto quasi totalitario dell’assemblea dell’Onu.

Con tutto ciò, il cammino sembra ancora lungo e faticoso, per giungere alla soluzione di questi due enormi e incancreniti problemi di quel tormentato territorio. E questo, particolarmente, a causa dell’irremovibile e irragionevole forte ostilità di Israele sostenuta, paradossalmente, dalla posizione di Hamas, che fornisce un formidabile alibi alle posizioni più radicali della comunità ebraica.

Solo una crescita di consenso nell’opinione pubblica mondiale alla prospettiva di una pace equa, rispettosa delle ragioni di ognuno, e di un analogo consenso in quella israeliana in particolare, potrà contribuire a far progredire questo processo.

Ma lo sciocco fanatismo è sempre in agguato. Ovunque. La contestazione rumorosa dei cosiddetti circoli «pro-pal» (pro Palestina), alla brigata ebraica che stava sfilando nel corteo del 25 aprile a Milano, è un esempio esecrabile di un’azione sbagliata. Sbagliata e intollerabile innanzitutto perché rivolta contro una brigata partigiana che, avendo combattuto nella resistenza, era presente nel corteo con piena legittimità e onore. Ma un’azione doppiamente sbagliata, anche perché finisce per danneggiare proprio quella causa giusta che, pure, si dice di voler promuovere. «Non esiste cretino che sia silenzioso a una festa» scrive un anonimo.

Non so se, in quell’iniziativa, ci sia anche una qualche componente ritorsiva legata al rifiuto, che sembra ci sia stato, da parte della comunità ebraica di sfilare, a Roma, insieme ai palestinesi: altro esempio sarebbe, anche questo, di discutibile intelligenza e moralità  politica, in una manifestazione ad alto valore storico e simbolico.

Tuttavia, che a Milano la cosa sia stata particolarmente clamorosa per la violenza della contestazione, è un fatto non smentibile, che ha molto colpito l’opinione pubblica.

E qui sta il danno grave alla causa palestinese, come può testimoniare chiunque, da qui, frequenti spesso la Palestina, percependo, anche da noi, sensibilità, pregiudizi e comportamenti frutto spesso di disinformazione interessata, o impressioni distorte.

Chi frequenta infatti la Cisgiordania, che è la parte più rilevante del paese, sa bene come pur con tutti gli odiosi vincoli dell’occupazione per la popolazione palestinese, la situazione dell’ordine pubblico è relativamente tranquilla, anche se carica di sofferenze, disagi e povertà nonché odi reciproci fra israeliani e palestinesi. Una situazione pressoché interamente riconducibile, appunto, al regime di occupazione, per il quale, obiettivamente, sono i palestinesi a pagare il prezzo più alto, soprattutto sul piano dei diritti umani.

Eppure nell’immaginario disinformato di una opinione pubblica occidentale, permangono pregiudizi infondati quanto dannosi, per la giusta causa palestinese che vuole libertà, sovranità, autonomia, democrazia e sviluppo. L’idea cioè, per esempio di una violenza diffusa e permanente, di una intifada latente, se non addirittura, nelle menti più grossolane, di un terrorismo sempre in agguato e attivo. Una rappresentazione tutt’affatto diversa sia dalla realtà, sia dal comune sentire e pensare della generalità dei palestinesi, di tutti gli strati sociali, desiderosi di pace ancorché fortemente arrabbiati.

Una contestazione di esagitata violenza verbale come quella di Milano, in un contesto e su un obiettivo per giunta del tutto inappropriati, finisce per rafforzare l’idea della disinformazione diffusa, secondo la quale c’è una stretta, quanto ingiusta e falsa, associazione fra Palestina e violenza, Palestina e terrorismo.

La mia ormai significativa esperienza laggiù, nel lavoro di volontario che mi porta a incontrare ogni genere di persone, da quelle dell’establishment più elevato, alle persone di strada, artigiani, commercianti, giovani e meno giovani, popolazione urbana e popolazione rurale, mi dice invece che insieme a una rabbia profonda per le quotidiane provocazioni e ingiustizie subite, c’è una gran voglia di pace, di ritorno a una vita operosa di normale serenità.

I palestinesi hanno bisogno di solidarietà. E tanta. Ma di quella giusta. C’è bisogno di affermazione e tutela dei diritti umani oggi negati. C’è bisogno di sviluppo economico e sociale oggi, nelle condizioni date, ancora impossibile. C’è bisogno di creare le condizioni di una vita politica democratica non emergenziale, per sua natura instabile e precaria. C’è bisogno, per queste vie, di dare ai giovani la forza della speranza, se vogliamo davvero aiutarli nella via del progresso, sottraendoli alla tentazione dei rischi che la disperazione porta sempre con se.

La Palestina e la sua buona causa, hanno bisogno di amici veri che l’aiutino davvero con la solidarietà fattiva di azioni concrete, utili e virtuose e non di becere e violente proteste di chi, con queste, sfrutta la causa palestinese per cercare di darsi, per sé, un senso e un ruolo discutibili, nella propria vita. E questo senza alcun discernimento, per giunta, fra le occasioni e le circostanze nelle quali le azioni di protesta, condivise o meno, possono essere tollerate, da situazioni nelle quali invece sono, oggettivamente e del tutto intollerabili, perché solo dannose alla causa che, ipocritamente, o solo stupidamente, dicono di voler servire. «Niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea» dice Flaiano.

Chi opera con azioni come quelle di pro-pal a Milano, sono convinto che non possa essere iscritto fra gli amici dei palestinesi. Come non ho dubbi sul fatto che la stupidità non è mai utile a nulla e, tantomeno, alle nobili cause che, spesso, invece finisce per danneggiare.

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