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Alcuni appunti per meditare attorno alla misericordia di Dio

di Don Virginio Colmegna

Che cos’è, biblicamente intesa, la misericordia?
Il termine che la esprime in ebraico, rahamim, indica le viscere materne che portano la nuova creatura, dunque sta a indicare lo spazio fatto dentro di sé per la vita dell’altro, spazio di comunione profonda, di un sentire con, di un patire con, di un gioire con. È dunque un’immagine carica di sguardo al femminile, che incrocia subito il valore della tenerezza, della cura, ma indica anche l’amore paterno e materno verso il figlio. La misericordia è dunque il rifiuto forte dell’indifferenza verso l’altro; è mistero di comunione, dinamica di condivisione, creatività. Non è quindi un atteggiamento passivo. Papa Francesco lo sottolinea con insistenza: è un immettersi nel clima dell’alleanza, nella relazione di alterità nei confronti di chi da tale relazione si era allontanato. Ritorna qui tutto il tema dell’alleanza, di un’alleanza che include, che esprime tutta la dinamica della fraternità come punto fondamentale. È una relazione che caratterizza il rapporto Dio-uomo, secondo le Scritture: è la definizione e l’elemento costitutivo della misericordia di Dio verso l’uomo smarrito nei sentieri della lontananza.

Ritorna la parabola del padre misericordioso che sta sulla soglia, che cura, che attende l’abbraccio di riconciliazione e di festa. Ricordiamo la frase di Paolo: «Dove c’è il peccato sovrabbonda la grazia». Vi è l’investimento di cura amorevole di un Dio che non smette di volerci bene e, rispettando la libertà, sa attendere sulla soglia. La stessa alleanza del Sinai è donata da Dio – infranta dal popolo – rinnovata da Dio. È un segno, è un frutto dalla grazia di Dio, della sua misericordia. I capitoli 32-34 dell’Esodo parlano del dono del perdono. Solo l’incontro con la misericordia di Dio permetterà a Israele di vivere, di dispiegare nella storia la propria libertà. Il suo nome è Misericordia, Esodo 34,6-7. Dio è misericordioso. Il nome già ingloba in sé il peccato dell’uomo. Questo è il fatto straordinario: Dio si definisce come colui che si prende cura; la misericordia porta dentro di sé la consapevolezza che la santità di Dio, si manifesta nel perdono e il perdono di Dio viene mediato al popolo da Mosè, l’intercessore che, mentre svela e denuncia il peccato, supplica anche la misericordia di Dio facendosi completamente solidale con il popolo peccatore e assumendo come proprio il peccato di cui era innocente. Nel libro dei Numeri (12,3) si dice che Mosè era il più umile di tutti gli uomini. È il mediatore della misericordia che rivela la necessità che ci siano dei sacramenti viventi che narrino la misericordia di Dio tra i fratelli. Abbiamo bisogno di uomini e di donne che sappiano far conoscere le viscere del Dio misericordioso! Già qui si fa intravedere ciò che poi avverrà nell’incontro col Signore Gesù e col suo messaggio dato alla comunità dei discepoli: il compito di segnare continuamente l’esistenza di una Chiesa esperta in umanità, capace di trasmettere attraverso segni visibili la misericordia di Dio che avvolge la storia umana di tenerezza. La misericordia ci parla dell’incontro della verità di Dio con la verità dell’uomo e chiede che l’altro sia amato nella sua alterità, anche nel suo peccato, anche nella sua ostilità. Luca (6,35-36) dice: «Amate i vostri nemici… Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso».

Si noti che il termine ebraico indica anche il legame tra fratelli (Genesi 43,30) e quindi designa sempre un rapporto che non può venir meno, forte come il legame di sangue. Capite subito che è l’orizzonte della fraternità, della sororità che fa intravedere allora la misericordia non come assistenzialismo, commiserazione, fuga da sé per vivere in un certo senso il suo non essere indifferenti delle disgrazie altrui, ma è soprattutto un appello alla responsabilità verso l’altro, alla fraternità. Lo sguardo della misericordia allora è uno sguardo comunitario, che interrompe qualsiasi atteggiamento di indifferenza, nel silenzio che rimette in moto fortemente la nostra responsabilità. Indica un cuore ardente d’amore, che incontra anche la povertà e la miseria dell’altro che si riflette nella nostra, interpella la qualità del nostro cuore, del nostro modo di entrare in relazione con le altri, di appassionarsi dell’umanità.

Ci chiama a lasciarci ferire dalla povertà dell’altro in un movimento di empatia. Pensiamo al richiamo di Papa Francesco alla commozione, al silenzio richiesto, alle lacrime, al mettere in gioco sentimenti che interrompono la freddezza: è il richiamo del  Papa a uscire, come Chiesa, nell’incontro con la povertà, noi amati da Dio mentre eravamo peccatori, come ci dice Paolo nella Lettera ai Romani (5,6 seg.). Noi siamo rigenerati e responsabilizzati nei confronti degli altri fino a farcene custodi. L’altro è uno della mia stessa carne. Ecco che qualsiasi riflessione sull’umanesimo ha come punto essenziale la misericordia. La Chiesa deve vivere al proprio interno questa misericordia, narrarla agli uomini. La misericordia di Dio è l’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno. Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro, dice Gesù nel Vangelo. Questo comando del Signore non può essere eluso da parte della Chiesa né si può dimenticare che esso è una variante (di Luca) di quanto il Vangelo di Matteo dice: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro». La Chiesa ha la responsabilità di narrare agli uomini, nei suoi gesti e nelle sue parole, la misericordia di Dio, di far conoscere e amare il Dio misericordioso ricorrendo a piene mani a quella che Giovanni XXIII chiamava «la medicina della misericordia». Ecco allora che si innesta una riflessione importante più precisamente è un interrogativo anche inquietante: la Chiesa è in grado di usare misericordia verso le tante situazioni di peccato, di fallimento, di rottura di alleanza di infedeltà dei suoi figli? Di fronte al peccato consumato, alla legge infranta, al vincolo ferito, all’alleanza tradita, resta in vigore la misericordia che ricordiamo è unilaterale e incondizionata? Si pensi all’incontro di Gesù con l’adultera (Giovanni 7,53-8,11). Non si può isolare la verità dell’annuncio con la prassi della misericordia perché si intrecciano profondamente. Di fronte anche a un mondo dove vi è assenza di pietà, di compassione, dove si scatena anche un odio verso l’altro, l’annuncio del Dio misericordioso è davvero un lacerante annuncio di giudizio. Un giudizio che nella misericordia fa rinascere ogni volta l’uomo nuovo che è in ciascuno di noi. che ci interroga e ci rimette in cammino.  Misericordia che è carità e perdono.


Dolore pieno di silenzio

Dolore pieno di silenzio
Silenzio inquieto
Domanda di perché
Ragioni svuotate
Da ricordi indebitati
Da presunte sicurezze.

Ritorna un silenzio
Inginocchiato
Come tempo svuotato
Da progetti pensati.
Mi sento come non mai
Inchiodato quasi
Nell’affanno operoso
Dell’operare
Strada facendo.

Silenzio
Pieno di solitudine
Curata e voluta
Che solo
Mi cura
Il dolore che sento.

Eppure adorando
Guardando e piangendo
Quel tabernacolo
Aperto
Sento che il silenzio
Lenisce il dolore.

Lascio la traccia
Del cammino già fatto
Mi rimetto a cercare
Da disperato sognatore
La sorgente che è oasi
Che intravedo da lontano.

Mi rimetto
In cammino
Cercando la mano
Dei tanti vicini
Ma tenendo
Nel cuore
Il silenzio adorante,
E con coraggio incosciente
Mi metto a chiedere
Un miracolo di pace,
Un ritorno sperato
Per correre ancora
A giocare la gioia
Di ospitalità vissuta.

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