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La storia dei «meloni» del Senegal

«Qui a Tassette abbiamo 120 ettari coltivati a meloni, che hanno prodotto alcune tonnellate di ottima qualità. Quasi tutti meloni sono per il mercato italiano», Bruno Francescon è contento, quando all’alba arriviamo nell’azienda agricola. Il pulmino ci ha preso a Dakar e dopo due ore di strada, prima asfaltata, poi battuta in mezzo alla savana ci ha portato qui dove nascono i meloni. Gli viene incontro Matteo Zucchi, il capo azienda qui in Senegal, e iniziamo dal primo capannone. «Qui arrivano i meloni, sono spazzolati e poi passano in questa macchina per verificare il calibro. Quelli fuori calibro resteranno in Senegal, gli altri partiranno per l’Italia in camion frigo e faranno lo stesso percorso che abbiamo fatto noi, fino al porto di Dakar», mentre parla e saluta i suoi ragazzi, controlla i passaggi che i meloni stanno facendo sui tappeti verso le macchine.

Il capannone è stato costruito con materiale giunto dall’Italia, così come qui vengono anche costruite le grandi casse di legno che contengono i meloni. Questa fase è tutta in mano ai ragazzi senegalesi. Non ci sono donne, nemmeno sui muletti. «Alle ragazze spetta il compito più complesso – racconta Silvano Chieregati, che ormai si divide fra qui e Mantova – quello di tagliare i meloni». Usciamo dal capannone, il caldo comincia a farsi sentire, andiamo verso il campo da dove vanno e vengono grossi trattori che trasportano i meloni. I filari delle piante, i meloni crescono a terra, sono allineati e le donne passano e con taglio deciso tagliano i meloni, pronti per la raccolta. Tutte hanno i guanti. Ci sono anche persone addette all’acqua che passano per sentire se qualcuno ha sete. Si lavora per diversi mesi all’anno con contratto regolare, che prevede di iniziare presto la mattina, una pausa pranzo, per riprendere fino al tramonto. La raccolta non ha dato problemi così come la partenza per l’Italia dei camion. La pausa pranzo si avvicina, e un gruppo di donne sta predisponendo il pranzo per tutti in un grande capannone dove si apprezza oltre che l’ombra anche un po’ d’acqua fresca. Riso, con verdura e spezie, carne e pesce alla brace. Naturalmente come frutta si mangiano i meloni e i cocomeri.

«Questi meloni – racconta Gianluca Schiassi, responsabile di COOP Italia – vengono venduti in tutti i nostri supermercati. Una parte del ricavato resterà qui in Senegal per progetti utili per il villaggio. Il Sindaco ci ha chiesto di restaurare una scuola, dopo che abbiamo finito il presidio sanitario. E’ la dimostrazione che anno dopo anno non creeremo solo posti di lavoro sicuri, e uno sviluppo economico, ma anche alcuni progetti insieme alla comunità locale e alla Fondazione Giovanni Paolo II che miglioreranno la qualità della vita».

Questi meloni, venduti in Italia quando quelli italiani non sono ancora pronti, stanno veramente aiutando questo villaggio.

Meloni Senegal

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