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Serbia: il passato tra narrazione e memoria

di Andrea Bonesso

Lo scorso 12 novembre è rientrato in Serbia, ma forse sarebbe più appropriato utilizzare il termine «rincasato» considerata l’accoglienza riservatagli, il leader e ideologo del movimento Srpska radikalna Stranka (Partito radicale serbo, ndr), Vojislav Šešelj. Si tratta di uno dei protagonisti delle guerra balcaniche degli anni ’90 dello scorso secolo, sostenitore dell’equazione «dove c’è un serbo lì c’è la Serbia» e accusato di crimini di guerra dal Tribunale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia, meglio conosciuto come «Tribunale dell’Aja», dal nome della città olandese sede operativa. Šešelj è stato accolto a Belgrado da politici e media compiacenti, salvo poche voci fuori dal coro, alla stregua di un eroe. Prova ne sia che ben pochi sono stati i commenti che hanno fatto riferimento al suo passato militare e criminale. L’attenzione di molti opinionisti era invece rivolta all’operato della corte dell’Aja, ovvero se essa sia stata giusta nei suoi pronunciamenti. Pare incredibile poter arrivare a sostenere che vi era più senso critico, anche nei confronti dei criminali, negli anni immediatamente successivi agli eventi bellici. Purtroppo questa linea è diffusa anche in altri stati della regione; molti ricorderanno come fu accolto al suo arrivo in patria il generale croato Ante Gotovina, anch’egli accusato di crimini di guerra e parimenti osannato. Va tuttavia sottolineato che, nel caso di Šešelj, dopo undici anni di detenzione non risulta ancora emessa una sentenza. La tendenza dominante nei Balcani occidentali rimane quella di accusare e severamente censurare l’operato dei criminali, potenziali o riconosciuti, degli altri stati e minimizzare o nascondere quello degli appartenenti alla propria parte, etnica o ideologica; approccio che, comunque, si scontra con il costante lavoro delle associazioni che riuniscono i parenti delle vittime, le quali non mancano di far conoscere il proprio disagio in merito.

Questa vicenda permette di fare qualche considerazione sulla necessità che, negli stati sorti sulle ceneri della Jugoslavia, ci si adoperi per creare una memoria quanto più possibile condivisa dei tragici avvenimenti dell’ultimo decennio del XX secolo. In questo momento, sembrerebbe che possano giocare un ruolo decisivo in questa direzione le associazioni di cui si è precedentemente parlato e qualche organizzazione non governativa impegnata nel campo dei diritti umani. Ancora una volta settori della società civile evidenziano un «passo in più», in materia di consapevolezza, rispetto ai gruppi dirigenti o presunti tali.

La sfida legata a una elaborazione comune delle dolorose vicende del passato richiede uno sforzo preciso e costante; occorre partire dalle sofferenze dell’altro. L’ubriacatura nazionalista che ha accompagnato la fine della Jugoslavia, i cui effetti non sono ancora del tutto cessati, ha anche determinato, in larghi strati della popolazione appartenente alle varie nazionalità, un oscuramento della comune identità, sia umana che culturale.

La presenza e l’azione delle associazioni dei familiari delle vittime, che spesso riuniscono appartenenti a gruppi nazionali diversi, rappresentano un valido banco di prova al fine di mettere in pratica l’ascolto e l’accettazione dell’altro, a partire dalla sua storia, sovente una storia di indicibili sofferenze. Il cammino non sarà facile; troppi ancora sono gli steccati eretti nelle menti e, talvolta, nella realtà. A esempio, la stessa struttura statale della Bosnia-Erzegovina, uscita dagli accordi di Dayton del 1995, prevede, de facto, una rigida suddivisione ed organizzazione del paese su basi etniche.

Nel 2015 si ricorderanno i vent’anni dalla conclusione delle guerre in Croazia e Bosnia-Erzegovina e dell’eccidio di Srebrenica (11/7/1995), quando migliaia di civili inermi, in gran parte musulmani bosniaci, furono trucidati ed eliminati da squadre paramilitari serbe, ispirate dalle idee di Vojislav Šešelj, in presenza di soldati dell’ONU.

È auspicabile che tale ricorrenza possa costituire occasione di un rinnovato impegno dell’Europa e degli europei in vista di una costruzione di una casa comune dove si possa finalmente dire, in rapporto a taluni vergognosi fatti, «mai più».

Vojislav Šešelj, leader e ideologo del movimento  Srpska radikalna Stranka (Partito radicale serbo)
Vojislav Šešelj, leader e ideologo del movimento Srpska radikalna Stranka (Partito radicale serbo)

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