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Le suore di Menjez

di Paolo Ricci

Abuna Toufic dice che non vuole andare al nord, che è pericoloso, che sarebbe meglio continuare a ragionare sulle cose da fare qui a Beirut. Angiolo insiste e alla fine, come al solito, la spunta. Domani mattina andremo fino al convento delle suore francescane di Menjez, con o senza Abuna Toufic. Il frate ride, divertito e meravigliato da tanta determinazione e chiama le suore al telefono che si preparano ad accoglierci contente. Questo è proprio l’obiettivo di Angiolo: fare contente le suore. Addirittura troviamo un altro frate, il simpatico Abuna Jerzy Kray, vicario patriarcale a Cipro che decide di aggregarsi a noi per rendere, anche lui, omaggio a quelle suore coraggiose.

Menjez è un villaggio cristiano del nord, posto sulla linea di confine tra il Libano e la Siria a pochi chilometri di distanza da Homs. La zona è pericolosa, gli scontri sono frequenti; lungo la strada si trovano diversi campi profughi siriani. La guerra civile infuria ancora in Siria, cui si aggiunge il pericolo di rapimenti da parte dell’ISIS, o Daesh come dicono da queste parti, con conseguenze tristemente conosciute anche in occidente.

In questa situazione difficile ci sono quattro suore francescane che svolgono la loro missione pastorale a favore della popolazione locale. Gestiscono una scuola per diversamente abili e per ragazzi con problemi psichici e comportamentali e mandano avanti un convento dalle cui finestre si vedono chiaramente i villaggi siriani aldilà del wadi che segna il confine.

Il nucleo delle suore è composito: due sono cipriote, tra cui la madre superiora Suor Beatrice, una è italiana ed una è filippina. La presenza delle suore francescane in questo luogo sperduto risale al 1988. Da allora hanno costruito un convento molto grande e una bella scuola. Il convento, mi dice suor Beatrice, era stato costruito per accogliere le «vocazioni» della zona ma poi le vicende politiche e la recente guerra in Siria hanno bloccato tutto. Negli ultimi anni sono rimaste pressoché isolate, hanno avuto poche visite, quindi ci accolgono ancora più volentieri.

Il loro messaggio evangelico è importante per la gente del villaggio di Menjez ma anche per i villaggi vicini da cui provengono molti degli studenti. La scuola accoglie circa 270 ragazzi di cui almeno una sessantina con problemi di ritardo cognitivo e comportamentale.

Passata la città di Tripoli si incontrano i campi tendati dei profughi che sono stati installati abbastanza lontano dal confine, in territorio libanese. Da questi campi escono spesso bande di guerriglieri che, oltre a combattere il proprio nemico, creano grossi problemi sociali e di convivenza alla popolazione autoctona libanese.

Arriviamo al confine, superiamo la barriera della polizia libanese e percorriamo la «terra di nessuno»; pochi metri prima di affrontare la polizia siriana c’è un bivio e si gira a destra salendo verso Menjez. Abuna Toufic si ferma a parlare con un uomo e poi, riparte velocemente con la macchina e ci dice: volete sapere che cosa mi ha detto quell’uomo? Andate a Menjez per la strada nuova? Allora fate in fretta perché sparano!!!!

Con questo viatico poco rassicurante affrontiamo la strada in salita a velocità sostenuta. A un certo punto vediamo uscire dal lato della strada alcuni uomini armati ma con incredulità mi accorgo che sono cacciatori. Sì cacciatori, vestiti in tuta mimetica ma con il fucile da caccia e il carniere pieno di uccelli. È proprio buffo il mondo, in questo posto sperduto, afflitto dalla guerra, pericoloso, troviamo gente che viene a sparare per divertimento agli uccelli migratori. E lo fanno attraversando terreni pericolosi e case abbandonate crivellate dai colpi dell’artiglieria siriana.

È proprio vero che alle passioni non si comanda ma venire a caccia proprio qui mi sembra una follia.

Menjez è un villaggio di 1500 persone esclusivamente cristiano – maronita. Nel 1975, a seguito della difficile situazione politica libanese e delle persecuzioni nei confronti dei maroniti, tutti abbandonarono il villaggio e si trasferirono in Siria, aldilà del wadi. Il villaggio è stato bruciato durante la guerra civile libanese, come molti altri villaggi cristiani della zona. Poi, piano piano, sono ritornati ma non tutti. In Siria, fino a pochi anni fa, la condizione socio – economica dei cristiani era migliore e alcune famiglie sono rimaste di là e adesso sono nei guai.

Le suore sono felici della nostra visita e hanno preparato un pranzo «natalizio» per festeggiarci. Ovviamente ci raccontano la situazione e apprezzo davvero la loro lucidità e la loro forza nel portare avanti la propria missione nonostante la situazione e i numerosi appelli ad andarsene. Suor Annabelle mi dice che hanno la valigia pronta con il necessario nel caso in cui arrivassero i guerriglieri dell’ISIS. La paura è forte nella popolazione perché ISIS sembra che voglia espandersi verso occidente per arrivare fino al mare mediterraneo. Infatti dicono che ISIS, se arriverà, verrà fuori dal Wadi Khaled.

Il confine non è segnato e, soprattutto, non è sorvegliato per cui c’è stato un periodo, fino a due mesi fa mi dice suor Martina, in cui dalla Siria la gente scappava verso il Libano attraversando il wadi mentre dall’altra parte sparavano. Il convento si trova proprio sul ciglio del wadi, fuori dal villaggio, e quindi le suore si sono viste sparare addosso per diverse volte.

Suor Annabelle mi dice che è riuscita a sopportare questa situazione grazie alla preghiera.

Aldilà del magistero pastorale ed educativo la presenza di queste suore in questo luogo e in questo momento rappresenta un forte elemento di conforto e di fiducia per la popolazione locale che vede nella scuola e nel convento un attestato di considerazione, di aiuto e di vicinanza molto importante.

E Suor Beatrice non si ferma mai, nonostante qualche problema a una gamba. È stata recentemente operata ma è voluta tornare dalle sorelle a Menjez per tenere sotto controllo la scuola e gestire il convento.

Insieme a Padre Jerzy visitiamo la scuola. Le suore ci dicono che hanno bisogno di espandere le aule perché stanno arrivando sempre più bambini dai vari villaggi della zona dove le scuole sono chiuse a causa della guerra. La Fondazione ha deciso di aiutare queste suore sostenendo l’acquisto di alcune casette prefabbricate da adibire ad aule e da installare nell’ampio resede della scuola. Si tratta di casette prefabbricate che si trovano a Tripoli, nel piazzale del convento francescano, al momento chiuso, che visitiamo al rientro verso Beirut.

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