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La rivolta delle periferie contro il degrado

di Paolo Padoin

I recenti episodi di occupazioni abusive e di rivolte popolari a Roma, Milano e Torino, pur parzialmente diversi tra loro, hanno evidenziato il disagio che comincia a esplodere nelle periferie delle grandi agglomerazioni urbane. La presenza massiccia di rom, extracomunitari, presunti profughi e rifugiati è stata al centro della protesta di una popolazione esasperata dal degrado, dalla mancanza di servizi, dall’assenza delle autorità.

BANLIEUES – La memoria va al 2005, quando da Clichy sur Bois, in Francia, nacque la scintilla della rivolta delle banlieues che incendiò Parigi e le altre grandi città d’oltralpe. A protestare allora furono giovani magrebini e non abitanti delle periferie che, pur essendo francesi di terza generazione, si sentivano dimenticati dallo Stato e si sfogarono protestando contro le istituzioni.

TORINO – Quando ero prefetto di Torino, nel 2009, avevo spesso contatti con i prefetti francesi per via della Tav Torino-Lione, e chiesi al collega prefetto di Lione, in visita spesso a Torino, un parere in merito alla possibilità che l’incendio francese divampasse anche in Italia. Convenimmo allora che le condizioni non ci sembravano simili, ma che le istituzioni italiane dovevano vigilare perché, a lungo andare, potevano verificarsi i presupposti per il sorgere del fenomeno. Anche a Torino, già a quell’epoca, vi erano proteste popolari contro la concentrazione in alcune zone di extracomunitari, profughi e zingari, ma con l’intervento di prefettura, comune e delle associazioni di volontariato riuscimmo a tener sotto controllo la situazione provvedendo a distribuire sul territorio una parte dei migranti e a ospitarne altri in una caserma vuota.

TOSCANA – Ricordo anche che, nel 2011, nel pieno dell’emergenza sbarchi a Lampedusa, la Toscana si assunse l’onere di accogliere moltissimi profughi o rifugiati (pretesi), ma il piano di distribuzione in piccoli gruppi in molte località del territorio, concordato dalle prefetture con la regione e i comuni, ci permise di assorbire l’ingresso di tante persone senza particolari traumi.

INTERNO – Il problema però era già da tempo all’attenzione del Ministero dell’Interno, tanto che nel 2010 la ricerca «Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane» promossa dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione con l’ausilio del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano fu volta ad analizzare proprio quell’aspetto centrale dei processi migratori che è la vita nelle periferie urbane.

RAZZISMO – Infatti la compresenza in alcune grandi città (Torino, Napoli, Milano, Roma) di diversi fattori, quali l’esclusione sociale, la marginalità, la mancata integrazione, la crescente precarietà economica potevano costituire il terreno fertile per la manifestazione di comportamenti razzisti e xenofobi, fino a sfociare in vere e proprie forme di guerriglia urbana, come era accaduto a Parigi.

SOLUZIONI – Per scongiurare questi pericoli si consigliava di agire attraverso a) interventi costanti di riqualificazione del territorio, perché il degrado genera degrado; b) riduzione della concentrazione di immigrati provenienti da paesi a forte pressione migratoria; c) creazione di servizi adeguati; d) responsabilizzazione degli abitanti del territorio al fine di garantire controllo e sicurezza; e) osservanza delle regole da parte di tutti coloro che vivono su un determinato territorio, anche tramite iniziative finalizzate all’acquisizione e alla condivisione delle regole stesse. Questo però non è avvenuto dappertutto. In molti casi le periferie non sono state riqualificate, anzi, i servizi sono quasi inesistenti, la concentrazione dei migranti è aumentata così come la loro tendenza a non rispettare le regole che la nostra collettività si è imposta, i cittadini spesso, alla lunga, hanno avuto una reazione di rigetto. Anche perché alle istituzioni locali e alle associazioni che si preoccupano dell’assistenza i cittadini spesso rimproverano un eccesso di buonismo unilaterale a favore degli immigrati.

PERIFERIE – A queste situazioni recentemente si sono assommate altre vicende che hanno posto, in molte periferie, persone in stato di disagio le une contro le altre. Il recentissimo fenomeno delle occupazioni lampo di abitazioni popolari temporaneamente abbandonate dai legittimi titolari ne è un esempio eclatante. Si tratta di un fenomeno che deve essere subito stroncato, senza tentare, come ha fatto impropriamente il prefetto di Milano, di cercare scuse di carattere sociologico. La legalità va fatta rispettare, soprattutto quando il soggetto colpito, come in questi casi, è una persona debole.

ROMA – I fatti di Roma, la protesta del popolo di Tor Sapienza contro la troppo massiccia presenza di cittadini extracomunitari sono state il primo esempio eclatante, che rischia di estendersi anche ad altre zone della stessa Roma (ad esempio adesso si protesta all’Infernetto), così come di altre città. E sulla protesta molti soffiano per trovare un contraccambio politico, da una parte e dall’altra.

FIRENZE – A Firenze, come abbiamo già rilevato, le istituzioni hanno finora controllato con buon senso la situazione. La protesta limitata attuata nel quartiere di Novoli per l’occupazione di un albergo è stata subito tacitata dall’intervento intelligente delle autorità. Così come la reazione unanime per la prima occupazione lampo di un edificio di case popolari alle Piagge, ha ricevuto esecrazione e reazione unanimi. Contro le recenti due occupazioni, attuate dal Movimento di Lotta per la casa, il Sindaco Dario Nardella ha subito richiesto alle autorità di polizia d’intervenire, consapevole che atti di questo tipo vanno fermati subito, se no rischiano di dilagare.

Dobbiamo continuare su questa strada, cercando di tutelare al massimo la legalità, di salvaguardare l’essenziale principio di solidarietà, guardando anche al disagio sociale, senza arrivare al punto però di privilegiare chi agisce con la sopraffazione di diritti altrui, accampando giustificazioni di carattere ideologico o sociale. E anche la magistratura in questi casi deve fare celermente la sua parte, senza seguire i ritmi lenti a cui ci ha abituato la giustizia.

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