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La sindrome di Masada

quasi una recensione dello struggente libro di Ari Shavit

di Stefano Cimicchi

Stavo finendo di leggere (studiare?) «La mia Terra Promessa» dell’autore israeliano quando vennero rapiti i tre giovani ebrei, episodio dal quale prese il via l’escalation a tutti tristemente nota.
Rilevavo e non per la prima volta che, in effetti, gli israeliani (gli ebrei?) hanno molti motivi per non fidarsi degli europei e degli americani e non hanno scelta (proprio come gli abitanti della rocca di Masada!) nel prendere le decisioni che prendono.

Naturalmente nessuno può tollerare la chiusura dei centri abitati dove vivono «esseri umani» da un muro e nemmeno si può pensare che chiudere una intera popolazione in una angusta lingua di terra possa essere considerato un «fatto tecnico».

Ma entriamo nel discorso che sviluppa Shavit per tentare di capire quelle che sono le dinamiche interne allo Stato di Israele e al popolo ebraico e quelle che possono essere le prospettive.

Shavit snocciola la storia del reinserimento degli ebrei in Palestina attraverso un inizio «morbido» e successivamente, mediante una «militarizzazione» progressiva di un «nuovo» popolo (immigrati e sabra) che fino ad allora aveva vissuto nei ghetti europei e quando andava bene, nei quartieri artigiani e commerciali del Medio Oriente e del Nord Africa.

Lui non è d’accordo con l’occupazione ma allo stesso tempo ricorda la «paura esistenziale» che vive da quando era piccolo per la paura di essere «ributtato in mare» (Qawuqji e Gamal Abdel Nasser) dai vicini arabi ma poi quando va militare si rende conto di far parte di un Paese «occupante» a tutti gli effetti che «tormentava dei civili che venivano privati dei loro diritti e della loro libertà».

Come rispondere dunque alla triplice domanda: «perché Israele? Che cosa è Israele? Israele sopravviverà?»

Noi abbiamo scelto di vedere la questione anche visitando il pensiero di due grandi palestinesi, Sari Nusseibeh e Edward W. Said i quali sottolineano una trasformazione profonda dello Stato di Israele in senso «confessionale», una de-laicizzazione di quella che è e rimane l’unica democrazia del Medio Oriente. La nascita e il rafforzamento di un «sionismo nazionalista» con una marcata influenza sui governi degli ultimi decenni ha determinato una ripresa degli insediamenti (occupazione dello spazio) e una politica aggressiva nelle restrizioni e nelle punizioni (rappresaglie e omicidi «mirati») a scapito della trattativa per una opzione di pace fa della opzione militare, l’unica strategia «sul campo».

L’evoluzione di questo nuovo modo di pensare ha un’origine chiara e definita e vale la pena di ripercorrere alcune delle tappe fondamentali.

Dopo il «primo» sionismo, laico e socialista e soprattutto dopo la guerra civile del 1936/1939 erano andate perse tutte le illusioni. Quello non era che l’inizio di una nuova fase dove il progetto del «trasferimento» non era più un tabù. Shavit che è da molti anni un attivista pacifista e giornalista per il giornale progressista Haaretz cita Ben Gurion, Presidente dell’Agenzia Ebraica in Palestina nel 1938 quando afferma: «La mia soluzione alla questione degli arabi nello Stato ebraico è il loro trasferimento negli altri paesi arabi».

Nel dicembre 1940 Yosef Weitz, capo della divisione riforestazione del Fondo Nazionale Ebraico scrisse: «Detto tra noi, è chiaro che in questa terra non c’è spazio per due popoli […] Non c’è altra soluzione se non trasferire gli arabi nei paesi vicini».

Nel giro di un anno la percezione della realtà si era fatta spietata: o noi o loro, vita o morte.
Mentre proseguivano (allora come ora!) omicidi e vendette, ritorsioni e scaricabarile sulle responsabilità rendendo (volontariamente e scientificamente, riteniamo!) sempre più difficile se non impossibile una discussione pacata su qualsiasi progetto di convivenza.
Fattasi largo la convinzione che era possibile «trasferire un intero popolo», idea che solo la disperazione e la paura può partorire, bisognava attrezzarsi e per fare questo servivano due cose, un esercito degno di questo nome (unità speciali come Palmach e Haganah, la più grande organizzazione di difesa ebraica) e un nuovo simbolo, un santuario, un nuovo epicentro per un nuovo sionismo.

Dalla gita a Masada guidata da Shamaryahu Gutman nel gennaio del 1942, lo spirito che armò di coraggio i zeloti nella guerra di resistenza contro i romani che si suicidarono piuttosto che cadere nelle mani dei nemici nella primavera del 73 d.c. diventò il sentimento delle migliaia di «sabra» (ebrei nati in Israele da genitori della diaspora emigrati in Palestina) che ripeterono quel rito coraggioso e disperato.

«Sfruttare il passato per dare una profondità al presente e permettergli di affrontare il futuro significa infondere nella fortezza un misticismo storico di matrice umana».

L’idea di creare una nuova Masada sul Monte Carmelo va collocata negli accadimenti che susseguirono all’incontro tra il gran Muftí di Gerusalemme al-Husseini e Adolf Hitler quando fu chiaro a tutti il progetto di una possibile evacuazione delle forze inglesi della Palestina, una invasione tedesca e una rivolta araba ispirata all’ideologia nazista che avrebbe definitivamente cancellato l’esperienza sionista.

Compreso questo si può ben immaginare che per gli ebrei non è rimasto altro luogo per vivere se non la Palestina, nessun’altra strada se non quella di Masada.

Da qui alla strage di Lidda, siamo a luglio del 1948, il passo è breve e Ari Shavit sentenzia, citando molte testimonianze dei protagonisti che a quel punto «non sparì soltanto un villaggio arabo ma venne meno anche l’etica del sionismo socialista, che imponeva di rimanere umili, essere corretti e agire per un bene superiore».

C’è sempre un evento scatenante a dare inizio a una guerra e gli israeliani datano il pogrom antiebraico al massacro del 1929 in cui 133 ebrei furono trucidati e altre centinaia, feriti.
Certamente non era solo il nazionalismo arabo che contestava il mandato britannico!
Un popolo aveva ritrovato la «Sua Terra Promessa» ed era disposto a morire piuttosto che essere cacciato, un altro popolo si sentiva defraudato della «Sua Terra» e non l’avrebbe abbandonata per nessuna ragione.

Ari Shavit dedica pagine importanti alla «risorsa» nucleare israeliana costruita, come nella grande parte dei casi, creando stati di fatto su stati di fatto, giustificati dalla emergenza e dalla disperata solitudine nel dover prendere decisioni importanti per il destino del proprio popolo. (Ben Gurion disse una volta a chi gli domandava quando si fosse accorto di essere un leader e Lui rispose: «quando mi sono trovato a dover prendere decisioni da solo».

Qui non è neanche il caso di soffermarci troppo. Israele è una «potenza nucleare», nell’area mediorientale, ma questo (nonostante vari scandali) non è stato mai reso ufficiale.

Sulla questione degli insediamenti il racconto diventa drammatico, perché Shavit riconosce la ferita insanabile che essi provocano (La più bella tra le regioni della biblica Terra di Israele è ora la zona occupata più inquietante dell’Israele moderno. È sublime e deprimente, triste e maestosa. E forse senza speranza).

Il sionismo religioso sembra aver preso il sopravvento e mentre da una parte «attacca» in maniera sempre più provocatoria la spianata delle moschee dall’altra sceglie di «risiedere, da padroni, in villaggi circondati da alte recinzioni e vivere con la spada sguainata».

La storia della sinistra e del pacifismo israeliano è fatta di sconfitte, di omicidi (Rabin) e di illusioni mentre l’ultima fase del sionismo religioso prendeva il sopravvento autoalimentandosi e alimentando quello mussulmano (sciita, soprattutto).

In un’altra occasione racconteremo dei tentativi svolti da personaggi che pure abbiamo conosciuto personalmente e con i quali abbiamo partecipato ad alcuni dei vari tentativi svolti negli ultimi decenni.

Action for Peace fu uno di questi e aveva come protagonisti alcuni intellettuali palestinesi (Sari Nusseibeh più altri) e alcuni italiani tra i quali l’allora Presidente della Regione Campania Antonio Bassolino.

La storia di Yossi Sarid e quella di Yosef Beilin, narra del tentativo della sinistra israeliana di riprendere un cammino interrotto, una storia d’illusioni e di insuccessi. Una storia condivisa da grandi scrittori come Grossman, Oz e Yehoshua, dall’impegno di tante persone nel Centro Peres e dalle tante organizzazioni internazionali che non smettono mai di lottare e sperare.

Il film che scorre Ari Shavit si snoda seguendo la narrazione di un popolo che si è andato sempre più trasformando in una destra sempre più estremista e riottosa (senza peli sulla lingua nell’attaccare gli storici alleati) fa da contraltare una generazione nuova che vive nella surmodernitá (droga, vita frenetica e senza valori, scomparsa, o quasi della laicità organizzata).

La «start up nation» corre verso un destino incerto, rifugiandosi sempre di più nella propria identità religiosa.

Qualche improvvido politico nazionale si è affrettato a riconoscere la natura «ebraica» dello Stato di Israele senza sapere che significato avesse quella definizione.

Si incaricò Olmert a chiarirlo, già nel 2007 nel corso dei colloqui di Annapolis, egli disse: «Non intendo in alcun modo trovare un compromesso sulla questione dello Stato Ebraico. Ciò costituirà una condizione per il riconoscimento dello Stato Palestinese».

Daniel Pipes sul Jerusalem Post del 3 dicembre 2007 scrisse: «[…….] finalmente l’attenzione su quello che costituisce il punto nevralgico del conflitto arabo-israeliano; il sionismo, il movimento nazionalista ebraico, un tema che al solito viene ignorato nel parapiglia dei negoziati».

È questo, a nostro avviso, il nodo vero. Dovremo indagare meglio i tentativi di avviare davvero un processo di pace. Analizzare con maggiore profondità l’attuale quadro politico e individuare dove si annidano le forze integraliste che impediscono una riflessione senza pregiudizi. C’è anche chi teorizza il conflitto continuo come stato ideale delle cose.

Shavit dopo aver ipotizzato gli scenari possibili «Israele agirà in modo criminale e condurrà una pulizia etnica nei territori occupati; Israele diventerà uno Stato fondato sull’apartheid; Israele diventerà uno Stato per due nazioni; Israele si comporterà come uno Stato democratico, e pur soffrendone immensamente si ritirerà entro un confine stabilito e dividerà la Terra Santa», egli non trae conclusioni vere e proprie, si limita a circoscrivere il problema.

Infatti, mentre in Europa, in nord e sud America, in Australia, gli ebrei vivono sostanzialmente tranquilli (la diaspora perfetta!) qui, in Israele, si deve tornare a essere la Terra dell’Utopia. Non è possibile che l’avventura finisca qui, un popolo che è tornato dalla morte e che, pur essendo circondato dalla morte, ha messo in scena uno spettacolo di vita straordinario.

Bisogna ricostruire lo Stato dalle sua fondamenta, elaborare una nuova narrazione ebraico-israeliana, ridefinire la nazione e dividere la Terra Santa. Abbandonare i territori occupati e, di fronte alla marea del fondamentalismo islamico, Israele si deve porre come isola di progresso, solido, progressista, unito, creativo e forte.

Ari Shavit, rende così una drammatica testimonianza della amara realtà che sta vivendo il Suo popolo ma allo stesso tempo sa che almeno per ora non ci sarà la pace, la tranquillità e che l’odissea continuerà, inevitabilmente.

La mia Terra Promessa Ari Shavit

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