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Il diavolo in Terrasanta

Breve reportage after war dalla Palestina: fatti, sentimenti, impressioni e tanti perché

di Benito Boschetto

Nella terra dove si è realizzata la sintesi più forte fra i due estremi, reali e simbolici, del bene e del male, e dove si è consumato il più grande tradimento dell’uomo al più grande amore di Dio per lui, il tradimento continua. Un misto di impazzimento, di barbarie, di inestricabili complicazioni che sembrano costruite da un intreccio di interessi spesso illeggibili, apparentemente folli, ma invece lucidi, perfidi, perfino diabolicamente geniali, costruiti e consumati nel più totale disprezzo delle persone, a cominciare dai bambini, e dei loro elementari diritti alla vita. Dove cercare il bandolo, è un vero rompicapo.

L’ultima guerra di Israele su Gaza, insieme all’indignazione e allo sconforto, provoca mille domande, ma non sempre altrettante convincenti risposte, dentro il cuore di chi, abbattuto il muro dell’indifferenza, se ne renda in qualche modo partecipe.

2200 morti, 10000 feriti di cui 5000 con handicap permanenti, 500 mila persone senza casa, totalmente distrutte, per non dire dei dispersi, a migliaia, in fuga e già pianti come morti, è il bilancio, tragico e ancora incompleto, dell’ultima guerra, neppure ancora conclusa.

E c’è chi ha il coraggio di dire che ha vinto! La verità è che i due contrapposti radicalismi, per i loro cinici calcoli, volevano il sangue. E tanto, se è vero, come è vero, che i termini della tregua accettati dopo due mesi di guerra con i danni che abbiamo ricordato, sono gli stessi proposti all’inizio del conflitto dalla mediazione egiziana e allora rifiutati.

È una singolare e macabra discussione aperta, quella intorno alla domanda del «chi ha vinto». E se non si sa davvero chi abbia vinto, si sa per certo chi ha perso. Basta vedere il desolante panorama umano e urbano, e le macerie, di spiriti e cose, che la guerra ha lasciato, per avere la risposta vera. Così come basta parlare con la gente di lì, coinvolta, sebbene in misura diversa, nella tragedia: tutti i palestinesi, ma anche una parte di israeliani, addirittura anche militari, che pure inizia a dissentire apertamente.

Anche politicamente, la partita si è chiusa in modo controverso. In casa israeliana si accusa Netanyahu dello scarso «bottino» conquistato, rispetto agli obiettivi e ai costi della guerra, visto che Hamas, che doveva essere distrutto, ne esce più forte. Ma anche in Palestina i conti non tornano. Il solco del conflitto, mai realmente superato, fra Hamas e Fatah/ANP si è andato allargando, frantumando il precario accordo che avevano raggiunto per un governo unitario.

Partecipare di questa realtà, nelle sue pur mille inestricabili sfaccettature, la prima sensazione che si prova da questi fatti, è che mentre il farneticante radicalismo palestinese, minoritario ma rumoroso, declama l’assurda, cinica e irresponsabile «intenzione» di distruggere Israele, in una prospettiva del tutto strumentale quanto irreale, il radicalismo israeliano fa i «fatti»: distrugge realmente, materialmente e spiritualmente, la Palestina e il suo popolo, tutto.

Ogni volta che scendo giù, amo parlare con la gente, sia della nomenclatura, sia soprattutto quella della strada, i negozianti in particolare, che manifestano spesso quasi più una voglia di parlare che di vendere. E sono in genere colloqui emozionanti, per la voglia di dire a qualcuno «di fuori» le loro pene, la loro rabbia, mite e quasi rassegnata nelle persone mature; tutt’altro che mite e rassegnata nei giovani, che sono, è vero e, in qualche misura, comprensibilmente, un ordigno ad alta potenzialità, capace di esplodere in ogni momento.

Ma desolatamente coerente con lo stato d’animo della gente, è anche il panorama urbano, con una presenza umana rarefatta. Ovunque.
Vuota e cupa Gerusalemme, tornata a dividersi fra la comunità araba e quella ebraica, che hanno interrotto ogni scambio rintanandosi nei propri quartieri, anche per il verificarsi di qualche episodio di intolleranza e violenza della componente più ortodossa verso gli arabi.
Vuota Betlemme, come gli altri luoghi storici, normalmente molto frequentati.
Vuoti o chiusi gli alberghi, i ristoranti, i negozi, le strade. («Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion, Gerusalemme una desolazione», Isaia 64,9).
Perfino nella Grotta della Natività, sempre affollata all’inverosimile, non c’era nessuno. Passato uno dei pochi gruppi, anche Gesù era solo, lì. Per quasi mezz’ora non si è visto nessuno, in un’atmosfera mistica, irreale, per qualche aspetto, privilegiata. Ma me lo immaginavo, anche lui, Gesù, solo, e triste come nell’ultima cena, di fronte ai cruenti tradimenti, che gli uomini continuano a consumare, del suo messaggio di amore e di pace.

E di fronte a quello che si vede e si vive, lì, l’idea è che, davvero, non se ne esca da questo intricato rebus, pieno di interessi e di odi. Non saranno gli stati, non saranno i poteri che faranno la pace, dai quali però occorre comunque passare. Ma la pace vera, come da Paolo VI a Papa Francesco ci è stato insegnato, la si deve ricostruire nel cuore degli uomini.

Ai primi, i poteri, spetta, comunque, il disarmo degli eserciti e delle varie milizie. Ai secondi, agli uomini, il disarmo degli animi. Tornando, tutti, in ogni caso, anche all’uso della ragione, recuperando il senso della giustizia. Si, perché di fronte a tanti fatti e comportamenti, non si riesce a darsi una spiegazione logica: non esiste ragione, non esiste giustificazione.

Ci si ritrova così, continuamente, al gioco del «perché?», quasi come i bambini.

E la prima, è la domanda delle domande. Perché se, giusta o sbagliata e comunque accettata, la divisione territoriale fra Israele e Palestina definita sessant’anni fa dalla comunità internazionale, Israele ha finito per occupare tutto il territorio palestinese, tiranneggiando la popolazione, facendo quello che vuole e, spesso, con violenza e cattiveria? E ciò nel più arrogante disprezzo sia di ogni regola o diritto nazionale e internazionale, sia delle ripetute condanne della comunità internazionale, a cominciare dall’ONU, sempre completamente ignorate. Una situazione che, poi, è l’origine di tutti i loro guai, fomento di ingiustizia e di odi e di quella forma di apartheid, che gli ebrei non vogliono sentir evocare, ma che così è.

Perché, per esempio, si domandava un amico, Israele deve decidere, sempre da sé, la guerra (la terza in sei anni!) e la comunità internazionale deve poi pagare, sempre, le distruzioni che provoca? Non era ancora finita, la guerra, che in questi giorni la Conferenza dei donatori era già riunita, a Stoccolma, per trovare i fondi, di tutti noi, per la ricostruzione di Gaza. Che poi, paradosso dei paradossi, verrà ricostruita da Israele. Un bel tonico per la sua economia.

Perché, ci si domanda, Israele deve occupare, d’imperio e abusivamente con decisioni autoritarie, spazi e luoghi palestinesi, spesso distruggendo quello che trova, o requisendolo se di qualche pregio? E ciò per fare nuovi insediamenti di coloni, con interi villaggi di nuova costruzione, occupazione di terre non sue, per coltivazioni, allevamenti e quant’altro.

Per non dire del muro. E tutto ciò mentre viene impedito, ad libitum, ai palestinesi, di costruire su terreni di loro proprietà, e pur nel rispetto dei loro piani regolatori così vanificati.

Perché, ancora, deve essere limitato il diritto alla mobilità; impedito di andare da un luogo all’altro per affari o curare relazioni sentimentali o familiari; sottoporre, in casa loro, questa gente a ogni sorta di controlli: fisici, tecnologici e quant’altro. No, non c’è giustificazione a queste prevaricazioni che generano odi, ostilità, risentimenti, gravidi di conseguenze.

Ma anche i bimbi domandano. Perché babbo, dicono quelli di Gerico, un vero giardino della frutta, quest’anno non abbiamo banane? Perché, caro, quest’anno tutto il raccolto se lo prendono gli israeliani: accade ogni cinque anni. E perché? Perché loro hanno deciso così.

E perché, babbo, non possiamo andare al mare: io lo vedo solo in televisione, eppure nella carta geografica ho visto che abitiamo a pochi chilometri. Anch’io caro sono vent’anni che non ci posso andare. Ma anche Gerusalemme, che ho studiato a storia e che vedrei così volentieri, ci è vietata dagli israeliani? Si figlio mio, è proprio così. E se, eccezionalmente, dopo molti giorni di travaglio, ottenessimo un permesso militare per andare dai nonni, non ci possiamo dormire: ci è vietato. Si, babbo, ma anche per andare a scuola, non riesco a capire perché quando passo nel sentiero davanti al villaggio dei coloni, loro mi devono tirare sassi e bastonate. Mica gli dò fastidio io! Ma insomma, babbo, perché tutte queste cattiverie?

Perché in troppi si sono dimenticati di essere fratelli…

Fumo e fuoco si solleva dall’esplosione durante un attacco israeliano su Gaza City, martedì 22 luglio 2014 (AP Photo / Hatem Moussa)
Fumo e fuoco si sollevano dall’esplosione durante un attacco israeliano su Gaza City, martedì 22 luglio 2014 (AP Photo / Hatem Moussa)

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