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A venti anni dalla morte di Padre Ernesto Balducci

Un ricordo scritto da Simone Siliani

Ernesto Balducci testò in primo luogo su se stesso l’ipotesi di nuovo Umanesimo che lo aveva portato a scrivere il libro che, forse, più di ogni altro sintetizza il suo pensiero, l’Uomo Planetario. Vorrei qui argomentare come, proprio negli ultimi anni della sua esperienza terrena, Ernesto Balducci venisse mettendo a fuoco le coordinate dell’Uomo Planetario all’altezza delle nuove sfide della globalizzazione.

Nei pochi anni che vanno dalla fine del mondo diviso lungo la linea tracciata a Yalta, l’impetuoso Ottantanove, fino alle contraddizioni del Nuovo Ordine Mondiale segnato dalle guerre in Iraq e nei Balcani, Ernesto Balducci aveva iniziato a tracciare le linee di una riflessione sulle contraddizioni globali che ne avrebbero fatto – se il destino tragico non ne avesse interrotto il filo – il pensiero di riferimento di una diversa lettura della globalizzazione.

Lungo tutti gli anni ’80 Balducci aveva rappresentato, se posso usare un termine  di cui lui si sarebbe fatto beffe, “l’intellettuale di riferimento” del movimento per la pace nato per contestare l’ultima evoluzione della strategia del terrore nucleare, l’installazione dei missili nucleari Cruise e Pershing da parte degli USA in risposta ai nuovi SS20 sovietici che preconizzava l’Europa come campo di battaglia di una escalation nucleare potenzialmente inarrestabile. Sappiamo che quel movimento non al conflitto Est-Ovest si fermava ma, anche grazie alle riflessioni e alle iniziative che Balducci promuoveva, esso affrontava tutte le problematiche che l’assetto bipolare del mondo produceva, dai diritti umani allo squilibrio dello sviluppo fra Nord e Sud del mondo. Balducci fu l’intellettuale di riferimento di questo articolato e composito movimento (che comprendeva enti locali e associazioni di volontariato, circoli culturali e sindacati, partiti e gruppi spontanei di cittadini) perché come nessun altro seppe vedere la complessità delle contraddizioni del bipolarismo e, al tempo stesso, individuare nella questione nucleare l’elemento di vera e propria svolta antropologica.

Si sarebbe potuto pensare che, venendo meno uno dei due poli dell’equilibrio del terrore con il dissolvimento dell’URSS e del suo Blocco e affievolendosi la minaccia nucleare, la funzione politica e culturale del pensiero di Balducci sarebbe anch’essa diventata desueta, marginale. Invece proprio negli anni fra il 1989 e il 1992, Balducci affina pensiero e analisi della nuova fase delle dinamiche planetarie che contenevano tutti gli elementi anticipatori che avrebbero fatto di Balducci ancora una volta l’intellettuale di riferimento di quell’altrettanto vasto e complesso movimento per un’altra globalizzazione che sarebbe esploso agli inizi del nuovo Millennio mostrando le insostenibili contraddizioni del nuovo paradigma del pensiero unico globale. Se collochiamo le riflessioni di Balducci nel contesto di quegli anni, come è giusto fare, la sua lungimiranza e chiarezza analitica ci appare in tutta la sua grandezza.

Fin dal gennaio 1989, quindi prima del crollo del Muro di Berlino, Balducci aveva messo a fuoco i termini di riferimento della nuova aporia nella quale saremmo stati coinvolti. La seconda conversazione del ciclo “La transizione” (che per iniziativa del Coordinamento dei gruppi ecclesiali di Roma Balducci veniva facendo e poi pubblicando su Testimonianze), conteneva già tutti gli elementi, per l’appunto, di transizione alla nuova fase: “Da una parte abbiamo un mondo unificato, sia nel senso che le sue strutture sono unitarie sempre di più, sia nel senso che il destino dell’intera biosfera appare unico e indivisibile: ma di fronte a questa unità oggettiva l’umanità ha una coscienza frazionata, ha una pluralità di culture che sono fra loro estranee o antagoniste” (1). Balducci evocava qui la rottura del panottico, la rappresentazione del mondo che Michel Foucault mutua da Bentham secondo la quale da un unico punto – l’occidente – si potesse vedere, controllare, omologare anche le più lontane regioni culturali del mondo: “L’ipotesi della nostra cultura occidentale è stata questa: poter arrivare ad una diffusione planetaria tale che tutti gli abitanti della terra accettassero il punto di vista della torre di controllo. … La grande crisi del cristianesimo in questa epoca planetaria è il fatto che i visti vedono, che da ogni angolo della periferia del panottico gli occhi si sono aperti, han cominciato a guardare in modo autonomo per cui la grande costruzione artificiale si è infranta” (2). Questa rovinosa caduta del centro della Storia era tema che Balducci andava scandagliando da tempo e il 1989 ancor prima dell’Ottantanove rappresenta l’anno in cui più consapevole e profonda andava facendosi l’analisi. Il disvelamento della crisi nella quale lo stesso Balducci si sentiva immerso si fondava su una certezza, quella della fine della pretesa dell’uomo occidentale, cioè quella di “…essere il centro definitivo della coscienza di sé del genere umano. …Ormai non lo sanno soltanto gli antropologi di professione, ma se ne accorge l’opinione più avvertita della società: l’Occidente  è un esito antropologico empirico, contingente fra i molti possibili, come la Cina o l’India; non è dunque il traguardo prestabilito di tutte le culture umane. … Noi non siamo la cultura, siamo una cultura tra molte altre” (3). La crisi delle culture, schiacciate dalla logica del monologo, doveva risolversi soltanto trovando nuove strade verso l’unità (per Balducci fondata sulla inedita condizione antropologica in cui l’utopia e la biologia si trovano a coincidere: “L’utopia morale dell’uomo senza violenza e l’impulso vitale che ci governa alla base istintuale arrivano a coincidere proprio perché la violenza diventa suicidio della specie”) (4). Queste nuove strade dovevano fare perno sulla pluralità degli universi culturali e sulla pari dignità delle culture delle tribù della terra.

Il discorso di Balducci si dipana alla ricerca di una cultura planetaria che è una costante interconnessione fra le culture, nella quale ogni cultura a partire da quella dominante è chiamata a rimettersi in discussione e a dimenticare impossibili sogni egemonici. Non vi è in Balducci una impossibile e elitaria fuga dalla propria cultura (e dalle responsabilità di questa) verso approdi Orientaleggianti di moda in alcuni ambienti intellettuali o nichilistici (la Nietzsche renaissance), anzi. Balducci ribadisce la propria professione di fede occidentale: “sarebbe un errore grave pensare di superare le angustie della nostra cultura che, al tempo del panottico, si presumeva universale, onnicomprensiva, fuggendo da essa per vestirsi di culture aliene, estranee a noi. … L’importante è stabilire rapporti di comunicazione reciproca fra culture, convergendo verso una consapevolezza comune, che non è semplicemente un postulato immanentistico, dato che essa ci è imposta estrinsecamente dalla comunanza del rischio che dobbiamo affrontare” (5). Balducci continuerà, nei tre anni considerati, ad elaborare e affinare questa riflessione che, appunto, diventerà uno dei leit motiv del movimento per una diversa globalizzazione che trarrà la propria linfa vitale proprio dall’incontro fra le culture progressiste e ambientaliste dell’Occidente e quelle, estremamente più vitali e dinamiche dell’America meridionale o dell’Africa che sono stati di Social Forum a partire da quello di Porto Alegre nel 2001. “La crisi della civiltà come fine del monologo” sarà la prima delle conferenze che inaugura il ciclo “L’Altro: un orizzonte profetico” iniziato  nel novembre 1991 e confluito nel volume delle Edizioni Cultura della Pace dal titolo “Le tribù della terra: orizzonte 2000”: qui certamente la riflessione giungerà al suo più alto grado di maturazione e di elaborazione perché il fallimento delle speranze di un nuovo Ordine Mondiale fondato sulla pace e sui diritti umani era già ampiamente riscontrabile nella guerra del Golfo e nella mattanza Jugoslava (alle quali Balducci dedicò editoriali giornalistici – su l’Unità per lo più – importanti). Ma soprattutto perché la necessità di una vera e propria rifondazione delle culture storiche era diventata una consapevolezza assai ben fondata.

La riflessione di Balducci si svolgeva nel fuoco della vita politica e sociale, in quel triennio sottoposta a drammatici strappi, brusche accelerazioni, scompensi, speranze e repentini cambiamenti. Non era facile per nessuno indovinare, comprendere la direzione che la Storia stava prendendo e neppure la cronaca era facilmente interpretabile. Eppure, l’orizzonte profetico di Balducci non rifuggiva al rischioso quanto necessario confronto con il tumultuoso confondersi della cronaca con la Storia. La riflessione sull’apparizione dell’Altro, che avrebbe impegnato il 1992 in linea di continuità con i dialoghi con i rappresentanti più di frontiera della cultura contemporanea (Garaudy, Morin, Papisca, Boff, Lanternari) che avevano caratterizzato il 1991, si confrontava costantemente con le trasformazioni della geopolitica che giorno dopo giorno cambiavano il nostro universo di riferimento. Eppure, il filo rosso del suo pensiero riusciva non solo a dare un senso a quel caos globale che ci stava investendo, ma soprattutto a riportarci all’essenza di ciò che stava dietro la cronaca. La dissoluzione del Blocco dell’Europa dell’Est, dava luogo ad “emersioni di tribù sopite, come se davvero una volta entrato in disgelo il massiccio glaciale dell’Est, le colline di prima cominciassero a respirare. Sono colline di cui avevamo perso perfino la memoria: fuori metafora, dobbiamo riapprendere nomi di ‘tribù’ che erano usciti dalla nostra memoria” (6). Infatti, di lì a poco, avremmo dovuto cambiare più volte la carta geografica dell’Eurasia, ricollocandovi nuovi confini (sui quali si sono consumati conflitti, tragedie, separazioni e divisioni di comunità, popoli e famiglie), nuovi-antichi Stati (alcuni di questi accolti successivamente nel consesso europeo), nuove rivendicazioni di autonomia e libertà (che troppo spesso il movimento progressista non ha saputo interpretare, riconoscere o comunque certamente non affrontare; basti pensare alla tragedia cecena, o alla Georgia, l’Armenia, i nuovi-vecchi regimi totalitari al confine fra Europa e Asia, i movimenti autonomisti e democratici e le loro contraddizioni in Bielorussia, fino al conflitto Serbia-Kossovo-Albania). A me sembra che Balducci avesse chiari due punti, gli unici per evitare che il disordine prendesse il sopravvento e conducesse – come poi è effettivamente avvenuto – ad una dittatura culturale ed economica che avrebbe fatto evaporare l’idea di un nuovo ordine fondato sulla democrazia e i diritti: il primo era la necessità di un nuovo patto fra le nazioni che vedesse una sorta di cessione di sovranità verso un soggetto sovranazionale in grado di dirimere conflitti secondo diritto e ragione, cioè un ONU rifondato non più sul diritto di veto delle superpotenze, bensì su una genuina istanza democratica fondamentale: il secondo un progetto di integrazione europeo fondato non sui mercati ma sulla cultura, sulla forza della ragione che contemplasse un dialogo continuo fra i popoli d’Europa. “…noi siamo convinti .. che un ordine mondiale nuovo è possibile. Non quello pronosticato da Bush che ci richiama allo strumento della forza … ma un ordine mondiale basato sulla democrazia internazionale. Esso non è più soltanto un ‘ens rationis’, è un ‘ens reale’, se è vero che le Nazioni Unite sono una sua embrionale prefigurazione. Se c’è, e c’è sicuramente, un problema di ordine all’interno dell’Europa – pensiamo alla tragedia interminabile della Jugoslavia e a ciò che si para dinanzi alla nostra immaginazione se pensiamo a tutto l’Est – questo ordine non dovrebbe essere affidato agli eserciti ma alle Nazioni Unite o a quell’ ‘esercito delle Nazioni Unite’ che il capitolo settimo del loro Statuto ha prefigurato … Solo oggi ho sentito che la Jugoslavia invoca le Nazioni Unite. Io però mi domando perché non sono scese in campo in tempo” (7). Qui Balducci entra direttamente nel dibattito che poi sarebbe stato al centro del dramma jugoslavo, come anche successivamente della vicenda del Kosovo, piuttosto che del Ruanda e delle decine di altri casi nel mondo in cui l’ONU ha mancato di essere quel prodromo o strumento per un nuovo ordine internazionale costruito sui fondamenti ideali che lo aveva generato, cioè il “mai più” della guerra dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale e la tutela e la promozione dei diritti umani che, dalla Carta del 1948 in poi, era andato assumendo la dimensione di diritto internazionale positivo. Sappiamo come, purtroppo, è andata a finire ma agli inizi degli anni ’90 questa era la visione politica, lucida e profetica, di Balducci che ne avrebbe fatto certamente il punto di riferimento culturale del vasto movimento, la seconda potenza mondiale secondo alcuni, che durante tutto il decennio si è mobilitato per un ordine pacifico globale e che poi è confluito nel movimento per una diversa globalizzazione negli anni 2000.

L’altro corno della riflessione di Balducci è, se possibile, ancor più attuale ed è quello del ripensare e ristabilire le fondamenta del progetto europeo. La constatazione, nell’ultimo scorcio di 1991, di Balducci è di uno “stato convulsivo” dell’Europa: “… l’identità dell’Europa del futuro è inafferrabile. L’Europa dei Dodici che sembrava avere una identità solida, con il suo fondamento incrollabile che è il mercato, in realtà attraversata da profonde incertezze. L’Europa dell’Est è in bilico fra i richiami di un passato terribile e il desiderio di inserirsi nella democrazia retta dall’economia di mercato. Il suo problema però è più grave: come sollevare le etnie, già sommerse in uno statalismo rigoroso e spietato come quello staliniano, ad un costume di democrazia che ormai rappresenta la conditio sine qua non per l’ingresso nel mondo post-moderno a cui tutti guardiamo?” (8)

Ernesto Balducci, contrariamente alla vulgata che lo dipinge come intellettuale più appassionato ai movimenti extraeuropei o comunque critici dell’eurocentrismo, è non solo un intellettuale pienamente e consapevolmente europeo, ma è uomo che nutriva grandi speranze nell’Europa. Certo, non dell’Europa che poi avrebbe preso il sopravvento, tutta incardinata sui sacri principi del mercato (successivamente della moneta), bensì quella che si muove nella “prospettiva dei diritti dell’uomo e dei popoli come garanzia di libertà”: la prospettiva di Bruxelles e quella di Helsinki, per usare la sua metafora. È oggi addirittura più attuale di allora il presupposto dell’europeismo di Balducci: “La storia d’Europa ci dimostra che se è vero che non c’è democrazia senza libertà di mercato, è vero anche che non c’è democrazia se il mercato invece di essere una sottodeterminazione della politica arriva a fare della politica una sua sottodeterminazione” (9). C’è un filo di continuità che Balducci tira fra questa idea (soccombente, ahimé) d’Europa e lo spirito europeo nato dalla congiunzione dell’ethos umanistico del Cinquecento e la razionalità scientifica del Seicento, fino a sfociare nella triade fraternità-libertà-uguaglianza che Balducci immagina di vedersi estendere dall’Atlantico agli Urali. Fu questo anche il principio ispiratore del colloquio europeo che Testimonianze organizzò il 4 marzo 1989 a Firenze dal titolo “Europa ‘Casa Comune’? Risposta a Gorbaciov” (i cui atti sono pubblicati in Testimonianze n.314-315, maggio-giugno 1989), del quale Balducci fu ispiratore e animatore: la risposta ai tentativi di apertura e democratizzazione dell’URSS e del Blocco Orientale che Gorbaciov stava, fra contraddizioni e contrasti, portando avanti era nella prospettiva di Helsinki dell’Europa che avrebbe potuto così costituire una sponda positiva per la perestrojka gorbacioviana.

Ma non si trattava per Balducci di una mossa politica, magari strategica, bensì di una idea profonda d’Europa che potrebbe proprio oggi, in un momento in cui qualsiasi idea di Europa è così prostrata e annichilita, fondare un movimento culturale e politico quanto mai urgente: “Io sono convinto che l’Europa ha ancora davanti a sé un destino di egemonia planetaria ma di una egemonia del tutto libera dalle pretese e dalle forme del dominio. I segni di questo destino sono già inscritti nelle caratteristiche della cultura europea di questo secolo, che comprende in sé non soltanto i tratti della modernità quale maschera ideologica del dominio ma anche i principi critici di questa modernità. Schopenhauer, Marx, Nietzsche, Tolstoj, Freud, Levi-Strauss, hanno via via contestato la cultura europea dominante svelandone l’intima natura imperialistica. Dentro l’immagine d’Europa che abbiamo appreso ad amare nelle nostre scuole c’è sempre stata l’altra Europa, quella che custodiva in sé le prefigurazioni e i presentimenti di una ben diversa universalità.” (10). Un’altra Europa, dunque; quella che è costretta a confrontarsi finalmente con l’Altro, non più con il piglio dell’aggressività, .. ma in un atteggiamento di rispetto e di attesa, nella convinzione che il futuro dell’umanità passa attraverso l’accoglimento di doni che le culture sommerse o rimosse sono in grado di portare al destino comune del genere umano.” (11)

Nuove sfide stavano, agli inizi degli anni ’90, consolidando la comunanza di destino della specie umana e dell’Europa e Balducci aveva la capacità di coglierne la portata. Penso in particolare alla sfida ecologica che Balducci vedeva tanto nella dimensione globale di messa in discussione degli equilibri che permettono la vita sul pianeta, quanto in quella più locale attinente agli stili di vita delle persone. E di nuovo l’Europa è protagonista, anche se la proiezione della responsabilità è sempre di tipo planetaria. “L’Europa è a tutt’oggi un buco nero nella biosfera; assorbe energia dal pianeta e la restituisce come massa di inerzia, provocando fin nella lontana Amazzonia le metastasi cancerose. La questione ecologica sta diventando la questione centrale delle politiche nazionali e di quella continentale. I consuntivi trionfali dei bilanci europei non sono più in grado di nascondere il grave deficit, ignoto agli economisti di un tempo, nel saldo sviluppo-ambiente. Il buco dell’ozono che compromette la fascia protettiva, condizione essenziale della vita della specie, è oggettivamente un crimine dell’Europa contro l’umanità, un  crimine di cui la storia futura le chiederà conto. L’alternativa è una sola: il trapasso ad un modello di sviluppo sostenibile. Il che comporta, in termini radicali, il trapasso ad un nuovo modello di vita” (12) Questa della crisi ecologica sarebbe diventata, di lì a pochi anni, davvero la questione attorno alla quale si sarebbero sviluppati le maggiori contraddizioni e crisi globali (dall’acqua all’energia, dall’agricoltura all’inquinamento dell’aria, fino ai cambiamenti climatici) e su cui le istituzioni europee e nazionali sono chiamate a compiere scelte non più rinviabili (basti pensare alla strategia Europa 2020 che ruota attorno ad obiettivi che derivano direttamente dall’esplicitarsi di questa crisi). Un compito per l’Europa, senza dubbio; ma di nuovo di un’Europa che sappia prendere su di sé quella che Balducci chiamava la responsabilità planetaria: “… l’insorgere della nuova cultura europea di cui sono protagonisti i cosiddetti scienziati della complessità e prima ancora i grandi cultori delle scienze umane pone le fondamenta di un nuovo umanesimo che ha come principio di comprensione del mondo e di progettazione del futuro non il primato dell’uomo ma il primato della vita. Il passaggio dall’antropocentrismo al biocentrismo convoca a confronti nuovi le culture della terra… Tutto fa pensare che, in ragione delle responsabilità che ha accumulato nella storia e nella sua collocazione nel bel centro delle contraddizioni epocali, tocchi all’Europa avviare e dirigere questo confronto tra le culture al livello delle sfide ormai per tutte le culture, anche per le più appartate, il dilemma estremo tra morte e vita”. Oggi, mentre assistiamo alle convulsioni dei mercati, degli spread, delle diplomazie dei banchieri, sull’orlo dei default, non possiamo fare a meno di tornare con il pensiero e con la ragione a questa lezione carica di futuro e responsabilità che Balducci tradusse nell’Uomo Planetario di cui sentiamo disperatamente bisogno.


NOTE
1 E.Balducci, “La transizione. II – La ricostruzione della memoria “,  Testimonianze” n.311, gennaio 1989
2 E.Balducci,  ibidem
3 E.Balducci, “La transizione I”. Testimonianze” n.309-310, ott.-nov-dic. 1988
4 E.Balducci,  ibidem
5 E.Balducci, ibidem
6 E.Balducci, ibidem
7 E.Balducci, ibidem
8 E.Balducci, ibidem
9 E.Balducci, “La paideia europea nei prossimi anni”, in “Testimonianze” n.330, dicembre 1990
10 E.Balducci, ibidem
11 E.Balducci, La crisi della civiltà come fine del monologo: l’apparizione dell’Altro”, in “Testimonianze”, n.341, gennaio 1992
12 E.Balducci, “La paideia europea nei prossimi anni”, in “Testimonianze” n.330, dicembre 1990

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