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Parla toscano il restauro della Basilica della Natività

di Renato Burigana

La mattina presto, ai tavoli del Palace a Betlemme incontri un gruppo di giovani italiani, che prendono il caffè e parlano fra loro a bassa voce. Qualche telefono squilla, poi si alzano e si incamminano verso la Basilica della Natività. Hanno magliette uguali, con il logo di una azienda di Prato, la Piacenti. Sono i «ragazzi» toscani che stanno restaurando il tetto e le finestre della più antica chiesa del mondo, la chiesa costruita da Giustiniano sulla grotta dove è nato Gesù. La Piacenti, azienda pratese, leader mondiale nel restauro, ha vinto la gara di appalto e si è aggiudicata i lavori. Un anno fa, era il 27 agosto 2013, quando a Betlemme si svolse  la cerimonia della firma del contratto a cui parteciparono il Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Rami Hamdallah, il Custode di Terra Santa Padre Pierbattista Pizzaballa, insieme agli alti rappresentanti del Patriarcato Ortodosso e Armeno.

«I lavori procedono bene, siamo anche in anticipo sui tempi- spiega Marcello Piacenti, mentre camminiamo sui tetti della Natività -. Lavoriamo anche di notte, e poi dobbiamo tener conto delle funzioni liturgiche che si svolgono in Basilica. Ma questo restauro è stato un lavoro meraviglioso, unico». Mentre con lui camminiamo sotto il tetto, vediamo la complessità di questo restauro. Ci sta lavorando una squadra di giovani toscani, e qualche restauratore palestinese. È un gruppo altamente qualificato, molti laureati in ingegneria, in chimica, in matematica. Tutti con anni e anni di lavoro alle spalle. Nel sottotetto hanno realizzato una bottega del ‘300, alla quale hanno affiancato tutta la tecnologia del nostro tempo. Un mix veramente unico che lascia senza parole, affascinati. Una azienda italiana che ha vinto la concorrenza del mondo per un progetto di restauro a lungo sognato e che ora è diventato realtà. Stanno restaurando una chiesa che aveva urgente bisogno di restauro, perché c’era il rischio di crolli e danni irreparabili. Tutto viene analizzato al computer, tutto viene catalogato, tutto viene conservato come gelose reliquie, dai pezzi di legno marci e tarlati, alle pietre dei mosaici, ai chiodi che non sono riusciti a riutilizzare. «Abbiamo dovuto sostituire pezzi di travi che stavano per cedere. Siamo andati in Italia e abbiamo ricercato, trovato, e portato qui a Betlemme travi antiche che non venivano più utilizzate». Questo perché il legno «nuovo» doveva avere una stagionatura il più vicino possibile a quello che andava sostituito. Un lavoro faticoso che richiama alla mente le antiche botteghe che hanno fatto grande la Toscana del rinascimento. Adesso è stata montata una grossa gru, ma per mesi «abbiamo portato sul tetto, a mano, tutto quello che ci serviva», ci spiega Marcello Piacenti e ci indica una piccola finestra dal quale passava tutto il materiale. Corre un brivido pensando che per i primi mesi hanno utilizzato le stesse tecniche di chi ha costruito la Basilica. I chiodi delle travi meriterebbero una storia a sé. Sono migliaia, di tutte le dimensioni, fatti naturalmente a mano. «Non abbiamo voluto sostituirli con dei nuovi. Abbiamo estratto quelli vecchi, raddrizzati e ripiantati». Un lavoro lungo e complesso. Alcuni di questi chiodi superano i cinquanta centimetri di lunghezza, e per toglierli in quattro persone spesso hanno impiegato ore.

Adesso una ditta di Livorno sta rifacendo il tetto della Basilica. Vengono rimontate lastre di piombo, realizzate in Germania, perché «sono i migliori in quel settore». La ditta Bgreen livornese, sta lavorando di notte perché la temperatura di giorno è troppo alta. La copertura è stata rifatta perché quella smontata, sempre in piombo, non era riparabile. Anche le finestre sono già pronte e presto verranno rimontate. Sono state costruite in Italia e portate qui.

La notte scende sulla Basilica. Alcuni operai continuano a lavorare con l’aiuto della luce artificiale, altri scendono per un meritato riposo. Vivono tutti insieme in alcune case prese in affitto poco distante dalla «loro basilica». Tutti li salutano e gli vogliono bene. Hanno anche trovato il tempo per un torneo di calcio, ma lo hanno perso clamorosamente «non eravamo allenati», si giustificano. Mentre scendiamo la scala di legno che ci riporta nella piazza della Natività e lasciamo il cantiere-bottega là su in alto, pensiamo alla bravura dei nostri restauratori, un patrimonio di sapere antico e nuova tecnologia che riporta ai secoli passati in cui dalle nostre parti assistevi a discussioni su come tenere in piedi una cupola che nessuno prima aveva mai pensato di tirar su.

Betlemme, la Chiesa della Nativita sotto le impalcature

Restauro (2)

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