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N come Nazareni

di Thibault Yves Joannais

Abitavano quelle terre fin dai tempi apostolici. Erano lì sei secoli prima dell’avvento dell’islam. Sono i cristiani dell’Iraq. Oggi vengono cacciati via da un sedicente «Stato Islamico», un gruppo che fa sprofondare l’autentico senso religioso nel più basso pervertimento, perseguitando con l’esproprio e la morte il piccolo gregge di Cristo. Le case dei nostri fratelli di Mossul e della pianura di Ninive sono state segnate con la lettera nūn di «nazareno» cioè cristiano. Lettera che indica gli immobili confiscati perché proprietà di cristiani, cioè di miscredenti secondo la terminologia islamica estremista. Lettera scritta per stigmatizzare. Lettera tracciata a mo’ di stimmate per i seguaci del Maestro di Nazaret.

Chi obietta che i cristiani non sono gli unici ad essere perseguitati non ha tutti i torti. Sono tanti a soffrire la fuga, l’esilio, lo sradicamento. Gli yazidi ovviamente, ma anche gli altri musulmani, addirittura i sunniti, che la pensano in modo diverso rispetto agli estremisti di turno. Il martirio non è certo una prerogativa cristiana, avete ragione: sta però diventando una consuetudine per i cristiani di quella parte di mondo. Soprattutto da quando l’esercito di un Paese che sui propri biglietti di banca scrive «In God we trust» ha invaso la «terra tra i due fiumi». Da allora la via crucis dei cristiani sembra non finire più. Quando vedranno la luce del mattino di Pasqua?

In diverse occasioni Papa Francesco ha avuto modo di esprimere la propria sollecitudine a quanti, senza distinzione di credo religioso, sono nel mirino del terrorismo: «Quanti nostri fratelli e sorelle stanno soffrendo una persecuzione quotidiana! (…) In essi è il corpo di Cristo che, ancora oggi, viene ferito, colpito, umiliato.».1 Oggi nessun’altra religione viene perseguitata quanto il cristianesimo. Non è un’opinione; è un dato di fatto.

Il popolo cristiano d’Iraq, senza armi se non la preghiera, vive ormai lontano da casa. Più passa il tempo e più si allontana la probabilità di un rientro a casa. La voglia di tornare nelle proprie terre rischia di svanire dai cuori. La vocazione dei cristiani orientali non è però di emigrare – neanche in Kurdistan, tantomeno in Europa o in America – bensì di rimanere dove sono sempre stati, nelle terre spazzate dal soffio dello Spirito Santo dopo la Pentecoste. «Di fronte al dramma di tante persone che sono state costrette a lasciare le loro case in maniera brutale (…) che sia riconosciuto il diritto dei cristiani e degli altri gruppi etnici e religiosi a rimanere nelle loro terre di origine e, qualora siano stati costretti ad emigrare, il diritto di ritornare in condizioni adeguate di sicurezza, avendo la possibilità di vivere e di lavorare in libertà e con prospettive per il futuro.»2 La loro scomparsa dalla Mesopotamia non sarebbe un dramma soltanto per la Chiesa universale; lo sarebbe anche e soprattutto per l’islam stesso perché lo priverebbe di un confronto vitale con la diversità. E darebbe ragione a chi sostiene che l’islam è fondamentalmente intollerante…

Casa di cristiani segnata da attivisti dell’ISIS a Mosul La scritta in rosso è la Nūn, prima lettera della parola Nazareno in arabo.
Casa di cristiani segnata da attivisti dell’ISIS a Mosul
La scritta in rosso è la Nūn, prima lettera della parola Nazareno in arabo.

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1) Udienza a Sua Santità Mar Dinkha IV, Catholicos Patriarca della Chiesa Assira d’Oriente, 2 ottobre 2014.
2) Comunicato conclusivo dell’Incontro dei Nunzi Apostolici del Medio Oriente con alcuni superiori della Curia romana, 04 ottobre 2014

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