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L’ ISIS, cosa possiamo e dobbiamo fare

di Fulvio Scaglione

Duemila incursioni aeree dopo, il problema dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) è ancora sul terreno. In senso letterale, perché mai come ora, dopo un inferno di fuoco lanciato dal cielo, si discute di ciò che si vorrebbe o si dovrebbe fare a terra: mandare i soldati, come sostenevano fin dall’inizio gli esperti di cose militari; attaccare e rovesciare Assad, come vuole la Turchia di Erdogan per metter le proprie forze armate a disposizione di una campagna di terra contro l’Isis; proteggere e rafforzare Assad per indebolire l’Isis, come chiede l’Iran per muoversi a propria volta; espandere il territorio controllato, come fa l’Isis che è quasi arrivato al confine con la Turchia e quasi a Baghdad.

In questo gigantesco dramma collettivo, che coinvolge e dilania un’intera e popolosissima regione, c’è una lezione per tutti noi e, soprattutto, per le potenze che credono di essere ancora ai primi del Novecento, quando (1916) era possibile al diplomatico inglese Mark Sykes trattare con il collega francese Francois George Picot la spartizione del Medio Oriente e proporre di «tirare una linea dritta dalla “i” di San Giovanni d’Acri (odierno Israele, n.d.r) alla seconda “k” di Kirkuk (odierno Iraq, n.d.r)». È passato un secolo tondo ma Usa, Gran Bretagna, Francia, ancora credono di poter regolare le cose mediorientali da lontano (o, appunto come ora con l’Isis, dal cielo), senza davvero «metter piede» nella regione ma, al più, servendosi di proconsoli da esaltare o abbattere secondo bisogna.

«Metter piede» in Medio Oriente è quanto ora ci tocca. Naturalmente, avendo evitato a lungo di farlo, ora lo stiamo facendo nel modo più doloroso. Perché ciò che sta accadendo è il completo rovesciamento di tutto ciò che abbiamo voluto credere, o in cui abbiamo fatto finta di credere, per molti decenni. Ci siamo raccontati che volevamo la democrazia per tutti, nascondendo dietro questa fantasia le solite trame per la difesa dei nostri interessi: ed eccoci quasi a rimpiangere i Saddam, i Gheddafi, gli Assad, insomma quei mostruosi tiranni che tenevano a bada clan e tribù, sopportavano le minoranze  e, al confronto dell’Isis e dei suoi tagliagole, sembravano quasi umani. Ci siamo raccontati che l’islam moderato era quello che faceva affari con noi, per poi «scoprire» che turchi, sauditi e qatarioti finanziavano e armavano le frange più sanguinarie del peggior terrorismo. La nostra propaganda ha instancabilmente promosso la causa dell’islam sunnita, ovviamente non dicendo che il punto era il petrolio, contro quella sciita: e adesso dobbiamo sperare che a resistere all’Isis siano gli sciiti dell’Iran, della Siria e del Libano, perché l’intero Medio Oriente non vada a fuoco.

Nemmeno alle Primavere arabe abbiamo avuto il coraggio di credere. Per una ragione evidente: essendo il prodotto di milioni di giovani disperati e in cerca di futuro, non potevamo controllarle né indirizzarle. Così abbiamo dato una mano ai tunisini, ignorato gli egiziani, armato i siriani «sbagliati», assistito senza batter ciglio alla repressione subita dai cittadini del Bahrein a opera della polizia locale e dell’esercito saudita.

Per dirla in breve: un secolo fa abbiamo inventato il Medio Oriente, approfittando del crollo dell’impero ottomano, e adesso non riusciamo a credere che ci sia venuto tanto male.

Ora ci tocca l’Isis, una battaglia che non abbiamo scelto e che infatti vorremmo non combattere. Eppure ci toccherà, ci piaccia o no.  Gi eventi di queste ultime settimane dimostrano che gli attacchi dal cielo hanno una qualche efficacia solo quando le milizie dello pseudo califfo Al Baghdadi si radunano, si concentrano. Come avvenne presso la diga di Mosul (Iraq) a metà agosto, nella città di Raqqa (Siria) tre settimane fa, oppure oggi presso la città di Kobane (Siria). Ma quando si disperdono sul terreno e avanzano in ordine sparso, quasi invisibili e mimetizzati nell’ambiente naturale e umano, c’è poco che si possa fare dal cielo.

Infatti stiamo perdendo quota. Dai bombardieri e dai missili Tomahawk sparati da centinaia di chilometri di distanza, siamo passati agli elicotteri. Ma non basta. Prima o poi dovremo tornare coi piedi sulla terra.

Zone di influenza e controllo francese (blu), britannica (rosso) e russa (verde) stabilite dall’accordo Sykes-Picot. Durante l’incontro del 16 dicembre 1915 Sykes tenutosi a Downing Street dichiaró “Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Acre all'ultima k di Kirkuk”
Zone di influenza e controllo francese (blu), britannica (rosso) e russa (verde) stabilite dall’accordo Sykes-Picot. Durante l’incontro del 16 dicembre 1915 Sykes tenutosi a Downing Street dichiaró “Mi piacerebbe tracciare una linea dalla e di Acre all’ultima k di Kirkuk”

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