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L’importanza del dialogo ecumenico e interreligioso

di Padre Roberto Giraldo

Eccellenze reverendissime Mons. Luciano Giovannetti, Presidente della Fondazione Giovanni Paolo II, e mons. Rodolfo Cetoloni vescovo di Montepulciano-Chiusi e Pienza, P. Provinciale, Membri della Fondazione, confratelli, e amici vari. Mi è stato chiesto di offrire alcuni spunti per una riflessione, anzi una “meditazione” nell’occasione dell’apertura e dell’inaugurazione da parte della Fondazione Giovanni Paolo II del suo “Centro Studi per l’Ecumenismo in Italia”. Grazie per questa opportunità che mi dà modo di esprimere la collaborazione e l’unità d’intenti esistente tra voi e il nostro Istituto. Per entrambi, è sempre cosa buona riandare alle radici delle motivazioni che aprono voi ad attività di collaborazione con popolazioni di fede e cultura diverse, e noi ad attività di studio e ricerca in campo ecumenico e interreligioso.

Mi propongo, quindi, di spezzare una lancia in favore di quanti si occupano realmente di incontri e dialogo a vari livelli: studio, ricerca, documentazione, relazioni, collaborazione e offerta di aiuti concreti. Anche se qualcuno, visti certi fatti di cronaca, pensa che stiamo combattendo contro i mulini a vento, io sono convinto che alla fin fine siamo dei fortunati e dei privilegiati: anche se ci costa fatica e non raccogliamo frutti abbondanti, abbiamo però l’opportunità di affrontare con verità e libertà le radici delle diffidenze, delle divisioni, degli odi e della complessità del mondo e di poter iniziare a stabilire, anche tramite incontri personali, le basi d’una convivenza pacifica e d’un rispetto reciproco. L’apertura agli altri e la collaborazione con loro ci apre a una sempre maggiore capacità di accoglienza e ci rende disponibili a quel cambiamento interiore che, contando anche su una attenta revisione della storia delle nostre chiese e dei nostri popoli, può darci cuore e occhi nuovi con cui penetrare e sentire il mondo e la storia. Riflettendo con attenzione e amarezza sugli scontri militari, politici e sociali che sembrano essere destinati ad aumentare ogni giorno di più e pensando anche alle distanze e alle divisioni tra chiese, religioni e società, mi chiedo come mai avvenga questo in un momento in cui non si fa altro che parlare di rispetto a tutto campo, di tolleranza, di dialogo e di democrazia. In un momento in cui i rappresentanti delle diverse religioni si trovano insieme per pregare e i cristiani, anche se ancora divisi, non sono mai stati così vicini nel cammino verso l’unità anche tramite i molti e significativi accordi raggiunti.

Molte le risposte che però, nonostante siano ben surrogate da teorie e teologie che danno loro grande spessore, vengono sempre più avvertite come scontate e insufficienti. Tanto più che sempre più spesso rischiamo di incorrere sia a livello religioso, sia a livello politico, in due estremi: quello di minimizzare quanto accade come frutto di pochi esagitati, oppure di esagerare certi episodi per poi usarli come giustificazione di taluni nostri comportamenti e interventi. Possibile che non ci sia più nessuno interessato a capire gli altri per quello che sono realmente e non per come li pensa nel suo immaginario fatto di luoghi comuni e di scarsa conoscenza? Possibile che si possano ancora usare popoli e nazioni solo al fine di trarre vantaggi o che ci si diverta a muoverli come pedine in un gioco quanto mai pericoloso?

Questo interrogativo sembra destinato ad affondare nell’oceano del disinteresse, della convinzione che il mondo è sempre stato così e non lo si può cambiare o dell’impossibilità di poter trovare un modus vivendi con certe religioni e certi popoli.

Sono convinto che il dialogo tra chiese, religioni, culture e popoli possa contribuire a dare una risposta seria e vera perché guarda il mondo per quello che è, vive il disagio e la sofferenza delle divisioni, si sforza di capire le diversità esistenti e procura di sanare lacerazioni profonde. Rappresenta quindi una opportunità in più per guardare il mondo nella sua complessità, nella sua diversità e nella sua molteplicità. È pungolo per cercare le ragioni di quanto accade e talvolta è possibilità d’incontrare realmente i nostri interlocutori e poterli guardare negli occhi. Ci diventa quindi più agevole capire esattamente l’idea che gli altri hanno di noi e cosa l’abbia provocata. E così facendo guardiamo in noi stessi e affrontiamo le paure che sorgono ogni volta che incontriamo qualcosa o qualcuno che non fa parte del nostro mondo abituale e che quindi potrebbe mettere in pericolo o in di-scussione la nostra identità.

Il dialogo ecumenico e interreligioso, come tutto ciò che ci avvicina agli “altri”, cioè ai diversi da noi, ci porta a un vero e proprio incontro con l’altro per quello che pensa, per quello che è nella sua fede, nella sua storia, nella sua identità, nei valori che fondano la sua vita. In questo tipo di dialogo non ci dovrebbe essere altro interesse che la verità come possibilità d’una sempre maggiore apertura, accoglienza e capacità di amare. Guai se tutto dovesse essere filtrato da intenti poco chiari, dall’interesse, da un buonismo inconcludente o, peggio ancora, da una superficiale reciproca conoscenza. Tutto finirebbe per risultare poco vero e reale. Purtroppo sono molti a pensare che tante iniziative caritative, come pure il movimento ecumenico e il dialogo interreligioso siano una specie di filtro studiato al fine di farci vedere tutto in una forma edulcorata e smussata onde emerga un modus vivendi non troppo traumatico in cui ognuno possa ricavarsi il suo spazio vitale.

Se fosse così, sarebbe ben misera cosa: saremmo un sale insipido, una luce smorta. Se non c’è comunione di verità, non ci può essere né comunione di carità, né di vita. L’autorità della chiesa «si esercita nel servizio della verità e della carità» (1). Guai se il punto di partenza non muove dalla storia del rapporto che ogni chiesa od ogni religione ha intrattenuto con le altre chiese, religioni e culture. Guai se non teniamo conto delle storie diverse di ognuno, della sua cultura, della sua tradizione, di tutto ciò che ha contribuito e contribuisce a dargli una sua tipica identità che talvolta può risultare insanabile con la nostra. Se non c’è amore per la verità, non si agisce certo in nome di Dio e nell’interesse dello sviluppo integrale della persona.

Per bocca del Sommo Pontefice, come cattolici romani, abbiamo chiesto molte volte scusa per gli errori commessi, ma non so se questo è servito a rivedere in profondità la nostra storia e udirne l’interrogativo che ci pone: “Come avete potuto “dimenticare”, trascurare o mettere in secondo piano, il messaggio di Gesù venuto nel mondo a portare e a vivere per tutti l’amore di Dio?”. Vorrei ribadire con forza questo punto anche per metterlo a confronto con la nostra storia che ha visto tanta violenza e intolleranza in nome della difesa della verità. Scoprire questo con dati alla mano, se inizialmente sconvolge, poi aiuta sia a capire meglio i comportamenti e gli atteggiamenti degli altri, sia a chiederci se abbiamo davvero capito che la forza del messaggio cristiano sta tutta nella carità e nell’amore. Siamo troppo abituati a sentirci vittime per non provare sgomento e vergogna a scoprirci anche noi carnefici. Ma è un passaggio obbligato che apre alla conversione.

Non esiste un vero rapporto se il dialogo e le relazioni di varia natura che instauriamo con popoli di cultura e religione diverse, non aiutano a rivederci e a convertirci. «Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione». (2) Per questo il dialogo ecumenico «è diventato una necessità dichiarata, una delle priorità della Chiesa» (3): è una via che conduce alla conversione. La chiesa non cresce se è chiusa in se stessa, se non si pone sempre di fronte alla realtà del peccato che è anche in lei. «Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui (Dio) un bugiardo e la sua parola non è in noi» (Gv 1,10). Esiste una intima relazione tra revisione, rinnovamento, conversione, riforma della chiesa e dialogo ecumenico: «Dialogando con franchezza, le Comunità si aiutano a guardarsi insieme alla luce della Tradizione apostolica. Questo le induce a chiedersi se veramente esse esprimano in modo adeguato tutto ciò che lo Spirito ha trasmesso per mezzo degli Apostoli.» (UUS 16).

Ecco il primo obiettivo: chiederci se realmente viviamo la nostra fede e se ci lasciamo condurre docilmente dalla forza dello Spirito sia nel dialogo con le diverse chiese, sia nel dialogo con le altre religioni, culture e società. È l’unico modo per entrare sempre di più nel mistero di Dio e aprirsi alla conversione.

“La certezza che Dio è il creatore e il sostegno di tutti gli uomini impone ai cristiani di fare tutto il possibile per promuovere ovunque la causa della libertà, dei diritti umani, della giustizia e della pace e di contribuire così attivamente alla creazione di un nuovo movimento di solidarietà umana in obbedienza alla volontà di Dio.” (4)

Si tratta però di fede, di essere convinti fin nel profondo dei propri dubbi e delle proprie contraddizioni e paure che è «lo Spirito di Dio, che, con mirabile provvidenza, dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra» (5); che il Cristo «cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, tuttora opera nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito» (6); e che «Dio salvatore e Dio creatore sono [nel citato: siano] sempre lo stesso Dio, e così pure si identificano [cit: identifichino] il Signore della storia umana e il Signore della storia della salvezza». (7)

Solo chi nutre questa fede diviene attivo ricercatore d’una risposta che sta al di là di noi e della storia passata, anche se all’interno della storia, di quella che si sta realizzando misteriosamente e che va verso la meta finale, l’eschaton che solo Dio conosce. Da questa luce, proviene un duplice atteggiamento fondamentale: quello umile e vero di porsi davanti a Dio e al mistero della sua grandezza, e quello «realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia». (8)

È qui che dobbiamo rispondere alla preghiera del Signore Gesù che vuole che i suoi discepoli “siano una cosa sola, perché il mondo creda” (Gv 17,21). È qui che ha posto la sua chiesa quale simbolo di unità di tutto il genere umano. È questa responsabilità che dobbiamo sentire e questa è la missione da portare avanti.

«Assieme a tutti i discepoli di Cristo, la Chiesa cattolica fonda sul disegno di Dio il suo impegno ecumenico di radunare tutti nell’unità. Infatti “la Chiesa non è una realtà ripiegata su se stessa, bensì permanentemente aperta alla dinamica missionaria ed ecumenica, perché inviata al mondo ad annunciare e testimoniare, attualizzare ed espandere il mistero di comunione che la costituisce: raccogliere tutti e tutto in Cristo; ad essere per tutti “sacramento inseparabile di unità”… L’unità di tutta l’umanità lacerata è la volontà di Dio. Per questo motivo egli ha inviato il suo Figlio perché, morendo e risorgendo per noi, ci donasse il suo Spirito d’amore.» (9)

Sono, quindi, le cause delle lacerazioni che dobbiamo cercare specie se dipendono da noi, per porvi rimedio. È l’unico modo di riprendere un cammino insieme con coloro che per qualche ragione invece che compagni di viaggio si sono trasformati in ostacoli e in pericoli.

Il mio invito è quello di cominciare sul serio a guardare in faccia la realtà. Se dopo tanti dialoghi, sia ecumenici che interreligiosi, parlando con i nostri interlocutori scorgiamo nei loro occhi diffidenza, incertezza, poca convinzione o paura, significa che non abbiamo ancora sciolto dei nodi importanti, significa che non siamo ancora scesi lì dove secoli di storia e di rapporti tesi e conflittuali hanno dato vita a un inconscio che ci sente ancora come nemici o persone poco rispettose dei valori e delle culture degli altri.

Trasformiamo i nostri rapporti e le nostre attività in opportunità per dialogare con franchezza e verità. Non abbiamo paura di affrontare anche le questioni più spinose e dicendo esattamente quello che pensiamo degli altri, senza troppo preoccuparci del political correct, ma come servizio alla verità e alla carità. Convertiamoci ad esse e ci convertiremo a Dio: Via, Verità e Vita.

Venezia 7 luglio 2012


1) UUS 3.

2) UUS 15 che cita UR 7.

3) UUS 31.

4) Gruppo misto di lavoro CATTOLICI-CEC, La formazione ecumenica, 23, in Regno documenti 40 (3/1995) 82 (l’articolo: pp. 79-82)

5) GS 26, in EV 1/1402.

6) GS 38, in EV 1/1437

7) GS 41, in EV 1/1447.

8) GS 1, in EV 1/1319.

9) GIOVANNI PAOLO II, lett. enciclica Ut unum sint, 5-6, Roma 25 maggio 1995. (=UUS)

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