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Vivere il 1° maggio passando attraverso la porta dell’umiltà

di Luigi Bobba

Ho celebrato il 1 maggio in molte piazze d’Italia, ma quest’anno la festa è stata un po’ speciale. Mi trovavo a Betlemme su invito delle Acli e della Fondazione Giovanni Paolo II che operano insieme alla Custodia Francescana di Terra Santa e all’Autorità Palestinese per realizzare progetti di formazione professionale e di servizi sociali per la popolazione del luogo. E da tre anni  questi soggetti celebrano insieme la festa del 1° Maggio. Un modo per ricordare le difficoltà nel trovare lavoro per i giovani palestinesi ma anche per far conoscere i risultati dei progetti in corso e indicare un cammino di crescita e  di speranza.
Prima che inizi la manifestazione, mi avvio alla Basilica della Natività: il flusso dei pellegrini è ininterrotto. Superata la piazza della Mangiatoia, tutti si dispongono in fila per poter entrare in Basilica attraverso la “Porta  dell’Umiltà”. La porta, alta poco più di un metro ,obbliga tutti ad abbassarsi per accedere alla  più antica basilica cristiana in Terra Santa. Ad uno sguardo più attento, si vede che il portale, un tempo,era ben più alto. Ma fu ridotto ad una porticina per evitare che i soldati a cavallo potessero entrarci.
I Francescani, insieme con i monaci armeni e greco-ortodossi, sono i custodi di questa basilica che ha sempre resistito a tutte le invasioni, distruzioni e terremoti. Quasi che il Mistero dell’Incarnazione rendesse questo luogo non solo sacro ma anche inviolabile. Proprio in questi giorni ricorrono i dieci anni dell’assedio alla Basilica da parte dell’esercito israeliano. Un bel libro di padre Ibrahim Faltas, -attualmente economo della Custodia Francescana in Terra Santa e, nel 2002, già Responsabile dello Status quo della Basilica della Natività,- racconta quei drammatici 39 giorni.
Da un lato i 150 palestinesi asserragliati in Basilica, dall’altro i blindati israeliani. In mezzo i frati francescani, decisi a restare comunque pur di difendere questo luogo sacro per i cristiani. È dentro questo contesto religioso e politico, che si è celebrata la festa del lavoro, il 1° maggio. Nel cortile della bella sede della Fondazione Giovanni Paolo II, ho potuto ascoltare dalle parole del sindaco di Betlemme, dal Ministro del Turismo dell’Autorità Palestinese e da padre Ibrahim Faltas i problemi ma anche le speranze di un popolo, quello palestinese, che vive una dimensione di profonda incertezza rispetto al proprio futuro.
La comunità cristiana di Betlemme, ridotta a poche migliaia di persone, si trova poi in una situazione a tratti drammatica. È minoranza religiosa, rispetto agli ebrei e ai mussulmani, e  insieme vive tutto il dramma e le difficoltà di un popolo di fatto privo di una propria terra e di una propria identità.
In questo contesto i progetti della Fondazione Giovanni Paolo II e delle Acli (finanziati con il 5 per 1000) rappresentano un piccolo segno di speranza specialmente per i più giovani. In particolare il Progetto per operatori sociali ha visto coinvolti 15 giovani palestinesi che hanno potuto avere una formazione specifica, grazie ai docenti dell’Università di Betlemme, per avere le competenze necessarie per aprire sei sportelli sociali  in diverse città dei Territori palestinesi: una rete di supporto alla popolazione, in particolare per le fasce più a rischio.
Infine un’ultima visita particolarmente coinvolgente. A poca distanza dalla Basilica della Natività, è nata nel 2005 una casa per accogliere bambini con gravi handicap sensoriali e mentali.
Le suore del Verbo Incarnato, che tengono questa casa, sono un mirabile esempio di quello che la carità cristiana riesce a generare. Il mio tempo di permanenza volge al termine, ma restano ben chiare nella mia memoria  le esperienze vissute, le persone incontrate, l’accoglienza ricevuta.
Ancor più difficile dimenticare, quando nel cuore della notte, nel viaggio da Betlemme a Tel Aviv, abbiamo dovuto attraversare il muro. Un portone gigantesco alto più di cinque metri è la nostra via di uscita da Betlemme. Due giovanissimi soldati israeliani, dopo aver controllato i nostri documenti, azionano i comandi per farci passare e, subito alle nostre spalle, il pesante portone si richiude.
Dietro il portone, dietro al muro che divide Gerusalemme dai Territori palestinesi restano i luoghi del Mistero dell’Incarnazione del Bambino Gesù, ma anche piccole ma tenaci comunità cristiane che hanno sempre più bisogno di sentire la nostra vicinanza e il nostro sostegno.

Luigi Bobba con Mons. Luciano Giovannetti e fr. Ibrahim Faltas

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