Fondazione Giovanni Paolo II onlus
  • sede legale: via del Proconsolo, 16 - 50122 - Firenze - ITALY
  • tel:+39 0575 583077

info@fondazionegiovannipaolo.org

Dall’amicizia al dialogo

L’incontro di Papa Francesco con il pastore Giovanni Travettino a Caserta, 28 luglio 2014

di Riccardo Burigana

«L’appello a chiunque crede è ad accompagnare questo incontro con la fiducia e la preghiera. E per chi non crede ad apprezzare almeno la bellezza del riconoscersi affratellati nel servizio della verità da parte di due amici, che pur nella diversità delle storie di fede, sanno e vogliono accogliersi come fratelli nel comune discepolato di Cristo.»: con queste parole mons. Bruno Forte ha concluso un suo articolo di presentazione dell’incontro tra papa Francesco e il pastore pentecostale Giovanni Travettino, che si è svolto a Caserta, lunedì 28 luglio. L’incontro, fin dal suo annuncio, ha suscitato un vivace dibattito nella Chiesa cattolica e nel mondo pentecostale, nonostante fosse stato detto che si trattava di una visita di carattere privato del pontefice a un uomo, il pastore Travettino, che egli conosceva da molto tempo, dagli anni del suo episcopato a Buenos Aires.  Infatti era evidente che questo incontro, pur con il suo carattere privato, sul quale si è insistito prima, durante e dopo l’incontro, era destinato a aprire nuove prospettive non solo per quanto riguardava il dialogo ecumenico tra la Chiesa Cattolica e l’articolato e multiforme universo delle comunità pentecostali, ma soprattutto nella riflessione sul rapporto tra la missione della Chiesa e l’annuncio della Parola di Dio in una prospettiva universale. I tanti articoli che hanno preparato e commentato l’incontro testimoniano proprio il rilievo che esso ha assunto a prescindere da quello che si sono detti papa Francesco e il pastore Travettino; si è sottolineato i pericoli,  talvolta fin troppo, di questo incontro, tanto che non sono mancate le dichiarazioni con le quali riaffermare la propria identità, senza comprendere che questo incontro voleva affrontare un tema centrale e vecchio nella vita della Chiesa, cioè la missione della Chiesa, dinamica e evangelica,  in una luce completamente nuova quale è quella del cammino ecumenico che costituisce un imperativo, non più eludibile e rinviabile, per i cristiani del XXI secolo.  Si tratta di un dibattito, interessante non solo per i risvolti ecumenici, ma per la vita stessa delle comunità cattoliche e pentecostali che hanno vissuto con reciproca diffidenza la comune testimonianza di Cristo Risorto, come se anche su questa fosse necessario fare dei distinguo, per distinguere, in questa terra, «il grano dalla zizzania» al di là di episodiche convergenze trasversali di comunità locali, legate a una comune sensibilità nel leggere l’esperienza dello Spirito Santo nelle origini del cristianesimo.

Di questo dibattito, destinato a crescere proprio per il rilievo di questo incontro, è troppo prematuro cercare di dare conto, mentre appare molto più importante tornare alle parole di papa Francesco in occasione di questo incontro. Il papa ha ripreso le parole introduttive del pastore Travettino, che egli chiama «mio fratello pastore Giovanni», per sottolineare, ancora una volta, il fatto che i cristiani devono «camminare alla presenza di Gesù»: i cristiani non possono stare fermi «perché ciò che è fermo, che non cammina, si corrompe. Come l’acqua ferma, che è la prima acqua a corrompersi, l’acqua che non scorre…». L’esperienza del camminare è tipica della Scrittura: dopo aver citato Abramo papa Francesco evoca la figura di Giacobbe e dei suoi figli che sono costretti a mettersi in cammino, ad andare in Egitto per trovare una soluzione alla carestia che affligge il paese dove loro vivono. Il loro camminare non li ha portati però semplicemente a trovare del cibo ma a ritrovare un fratello e questo «è bellissimo!». Camminare alla presenza di Dio produce quindi fratellanza, con la  quale si deve vincere la tentazione della divisione che, parafrasando il Nuovo Testamento, papa Francesco fa risalire proprio alla vita delle prime comunità cristiane: questo deve aiutare i cristiani a riflettere sul fatto che non «non è lo Spirito Santo che fa la divisione! Fa una cosa che le assomiglia abbastanza, ma non la divisione. Non è il Signore Gesù che fa la divisione! Chi fa la divisione è proprio l’Invidioso, il re dell’invidia, il padre dell’invidia: quel seminatore di zizzania, Satana».  Papa Francesco chiarisce subito cosa fa lo Spirito Santo: non fa divisione ma diversità, cioè rende ricca e bella la Chiesa proprio in nome di questa diversità.  Per questo lo Spirito Santo è stato letto, fin dai primi secoli, come colui che crea l’armonia nella Chiesa a partire dalla diversità. In un’epoca di globalizzazione per papa Francesco si deve prestare particolarmente attenzione alla dimensione dell’armonia nella diversità che non deve essere confusa con l’uniformità: per questo ricorre all’immagine del poliedro che «è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità. È in questa strada che noi cristiani facciamo ciò che chiamiamo col nome teologico di ecumenismo: cerchiamo di far sì che questa diversità sia più armonizzata dallo Spirito Santo e diventi unità; cerchiamo di camminare alla presenza di Dio per essere irreprensibili; cerchiamo di andare a trovare il nutrimento di cui abbiamo bisogno per trovare il fratello.»

A questo punto papa Francesco affronta il tema dell’Incarnazione che rappresenta un tema sul quale ampio è il confronto tra cattolici e pentecostali a partire dalla lettura e dall’interpretazione della Scrittura, soprattutto riguardo al valore dei primi concili; il papa mostra la profonda armonia tra quanto scritto nel vangelo e quanto è stato oggetto di riflessione nella Chiesa dei primi secoli su questo tema tanto centrale e peculiare nell’annuncio dell’evangelo. Papa Francesco torna poi sullo scandalo della divisione, citando nuovamente l’esperienza dei figli di Giacobbe, per giungere alla condanna delle leggi razziali: «Quella storia triste, in cui pure si faceva la stessa cosa dei fratelli di Giuseppe: la denuncia, le leggi di questa gente: “va contro la purezza della razza…”.

E queste leggi sono state sancite da battezzati! Alcuni di quelli che hanno fatto questa legge e alcuni di quelli che hanno perseguitato, denunciato i fratelli pentecostali perché erano “entusiasti”, quasi “pazzi”, che rovinavano la razza, alcuni erano cattolici… Io sono il pastore dei cattolici: io vi chiedo perdono per questo! Io vi chiedo perdono per quei fratelli e sorelle cattolici che non hanno capito e che sono stati tentati dal diavolo e hanno fatto la stessa cosa dei fratelli di Giuseppe. Chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscere e di perdonare… Grazie!». Il discorso del papa poteva finire qui, ma il cammino ecumenico, fatto anche del riconoscimento delle colpe che hanno portato alla divisione, deve condurre i cristiani del XXI secolo a scoprire quanto è importante annunciare e vivere insieme Cristo, condividendo l’esperienza dell’incontro con Dio che cambia la vita, così come è successo a tanti, secondo quanto si può leggere nella Scrittura: «Questo è il cammino della santità cristiana: ogni giorno cercare Gesù per incontrarlo e ogni giorno lasciarsi cercare da Gesù e lasciarsi incontrare da Gesù. Noi siamo in questo cammino dell’unità, tra fratelli». Il papa conclude il suo discorso pensando a chi sarà meravigliato di questo incontro, «Ma, il Papa è andato dagli evangelici»: il papa è andato a trovare dei «fratelli», come ha fatto tante volte a Buenos Aires, quando sono stati gli evangelici a avvicinarlo per la prima volta, dando così inizio a questa «amicizia».

Qualche anno fa a mons. Alberto Ablondi, uno dei pionieri dell’ecumenismo cattolico, non solo in Italia, venne dedicato un volume in occasione dei suoi 80 anni: il volume aveva come titolo Dall’amicizia al dialogo, riprendendo così una delle frasi che più  il vescovo Ablondi ripeteva per spiegare il cammino ecumenico del quale era stato protagonista; infatti, prima di iniziare un dialogo teologico, che prendesse in esame il tanto che già univa cristiani di tradizioni diverse per poi passare alle questioni ancora aperte che sembravano, e sembrano, per alcuni insormontabili, per mons. Ablondi era fondamentale che i cristiani diventassero «amici» non per una questione di correttezza politica ma per la gioia di condividere la comune «amicizia» con Cristo, Salvatore delle genti.

Papa Francesco e Giovanni Traettino al Tempio della Chiesa Evangelica della Riconciliazione (credits: Getty Images)
Papa Francesco e Giovanni Traettino al Tempio della Chiesa Evangelica della Riconciliazione (credits: Getty Images)

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.