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Oltre il Giordano, al tempo di Gesù

di Andrea Vanni Desideri (*)

Qual’era la vita religiosa oltre il fiume Giordano? Mentre molte fonti ci informano sull’ambiente culturale, politico e religioso d’ambito ebraico negli anni in cui si svolse la vicenda terrena di Gesù, molto meno sappiamo di quanto contemporaneamente si svolgeva nel regno nabateo. Quest’area, all’epoca della sua massima estensione, appunto intorno al I secolo a. C., è di non facile determinazione per un periodo in cui è impossibile parlare di frontiere nel senso moderno del termine e soprattutto in una regione contrassegnata da ambienti desertici (Neghev, Sinai, deserto arabico). Uno dei parametri ritenuti maggiormente attendibili per la definizione del territorio del regno, definito come “una signoria intertribale retta da un’autorità centrale” (Xella), è quello del sistema cronologico espresso nelle epigrafi e riferito agli anni di regno dei monarchi nabatei (Alpass). Su questa base quindi esso comprendeva la Transgiordania insieme al Sinai, al Neghev, all’Hauran siriano e alla porzione nord-occidentale della penisola arabica.

Molte sono le fonti antiche che riferiscono particolari sulla cultura nabatea (Dione Cassio, Diodoro Siculo, Erodoto, Plinio, Plutarco, Giuseppe Flavio, Tertulliano, Esichio), soprattutto in occasione di contatti con l’ambito greco-romano oppure per curiosità (Strabone) o preoccupazioni di carattere religioso (Epifanio di Salamina). Ma sono due le particolarità della religione nabatea che hanno maggiormente attratto gli autori antichi, soprattutto in rapporto con il cielo greco-romano, gremito di figure divine con connotati antropomorfi: l’esiguità del pantheon nabateo, fenomeno che in passato ha fatto esprimere a qualche studioso un giudizio sulla cultura nabatea come vicina al monoteismo (Starcky), e la tradizione aniconica, comune però anche all’ambito ebraico.

Agli inizi di questo secolo John Healey ha affrontato uno studio complessivo sulla religione nabatea (The Religion of the Nabataeans) procedendo sostanzialmente dall’analisi della personalità, dei caratteri iconografici e delle prerogative delle singole divinità, attraverso documenti letterari, epigrafici e archeologici, per la ricomposizione della fisionomia unitaria del pantheon e delle espressioni cultuali nabatee. Dodici anni dopo, Peter Alpass, nel suo The Religious Life of Nabataea (2013), tiene in maggior conto l’ambiente politico e culturale nabateo si colloca, ai margini del mondo greco-romano e in relazione con tradizioni religiose orientali, facilitata da un’economia fondamentalmente poggiante sullo sfruttamento delle correnti commerciali terrestri che in corrispondenza del regno mettevano in comunicazione l’oriente con l’occidente mediterraneo, come ci è descritto da Diodoro Siculo, Strabone e Plinio.

Alla base del nuovo lavoro di Alpass sta dunque il tentativo di stendere, per quanto lo consentano le non abbondanti fonti disponibili, una geografia della vita religiosa che tenga conto delle diversità culturali e ambientali interne al territorio nabateo. L’arco di tempo coperto dalla ricerca è quello che sta tra il II secolo a. C., quando disponiamo delle prime documentazioni utili e la fine del regno nabateo, convenzionalmente assunto come coincidente con la conquista romana del 106 d. C., anche se, come sappiamo dalle fonti cristiane (ad esempio da Epifanio di Salamina nel suo Panarion scritto tra il 375 e il 380 d.C.), le pratiche religiose antiche sopravvissero anche a Petra alla diffusione del Cristianesimo con forme cultuali e devozionali certo sempre più contratte, esercitate per di più in ambienti residuali e da ridotte comunità. A quest’ultimo proposito è utile accennare a un’interessante conferma archeologica di queste sopravvivenze dell’antica religione emersa di recente dai risultati ottenuti dalla Mission archéologique française de Petra et du Qasr el-Bint. A Petra e proprio nel baricentro della vita religiosa della città antica, cioè all’interno del temenos circostante il maggiore tempio urbano, tradizionalmente noto come Qasr el-Bint, è stato infatti individuato un piccolo e nascosto luogo di culto di dimensioni che potremmo definire domestiche, ma sicuramente di tipo privato, la cui vita si interrompe nel primo quarto del V secolo d. C. (Renel). Al piano inferiore di un piccolo edificio, ricavato adattando le rovine di un monumento pubblico romano-nabateo, erano conservati alcuni idoli-betili, secondo le antiche consuetudini aniconiche della tradizione religiosa semitica.

Molti secoli prima, nello stesso tempio di Qasr el-Bint, costruito verso la fine del regno di Areta IV (9 a.C. – 40 d.C.) forse sui resti di un’area sacra del I secolo a. C. (Zayadine), si esercitava il culto di Dushara, la più antica, meglio documentata e senz’altro maggiore divinità maschile del ridotto pantheon nabateo, dal carattere uranico ma anche con poteri sulla fecondità e fertilità e protettore dei sepolcri. Il suo culto è originario dell’area prossima alla capitale del regno e infatti alcuni documenti epigrafici da Oboda, nel Neghev nabateo, e da al-Jawf, lo definiscono come “Dushara il dio di Gaia” (cioè l’attuale cittadina di Wadi Musa, alle porte di Petra), mentre ancora più esplicito sembra essere l’etimo del suo nome che denuncia chiaramente l’origine del culto e/o la sede della divinità: “colui che viene da Sharat”, regione montagnosa alle spalle di Gaia/Wadi Musa.

Nello stesso tempio era forse anche venerata la paredra del dio, al-Uzza, a Petra sposa di Dushara, come altrove lo è Allat, la cui vicinanza è forse ancora espressa nel Corano che indica entrambe come figlie di Allah. A questi culti si affianca anche quello affine di Afrodite, come indurrebbe a supporre la coincidenza tra un’epigrafe proveniente dall’interno del tempio e la menzione, nell’archivio di Babatha (93-132 d. C.), dell’Afrodesion di Petra che potrebbe appunto coincidere con il Qasr el-Bint.

Dal punto di vista cronologico, alla iniziale figura di Dushara, la divinità di più antica documentazione, si aggiungono entro il I secolo d. C. i culti provenienti dall’esterno dell’ambiente nabateo come Atargatis, Iside e Baalshamin e altri di meno chiara origine e cronologia come al-Uzza e Kubta. Un unicum è invece costituito dalla figura di Obodat, interpretato da alcuni (Zayadine) come un monarca divinizzato che compare in una iscrizione della cosiddetta ‘cappella di Obodat’ nel grandioso complesso cultuale del Deir, sulla sommità del margine orientale della depressione del wadi Arabah.

Anche dal punto di vista delle strutture templari, Petra dimostra di essere un luogo di incontro di tradizioni, anche liturgiche, diverse. Qui infatti al tempio con pronao e cella di Qasr el-Bint di tipo ‘siriano’, si affianca il tipo ‘arabo’ del Tempio dei leoni alati, maggiormente adatto a liturgie che prevedono processioni rituali che accompagnano l’idolo, come appunto attesta Epifanio e nelle quali qualche studioso ha addirittura intravisto un antecedente delle liturgie deambulatorie meccane. L’edificio sacro è stato variamente interpretato come sede del culto di Iside, Atargatis, Allat o al-Uzza, senza nessuna prova definitiva, ed anche il ben conosciuto idolo-occhio trovato all’interno del tempio è indicato dall’iscrizione semplicemente come “La Dea di Hayyan, figlio di Nybat” che non ci aiuta nell’identificazione.

Il quadro che ne risulta è di notevole interesse perché pone le espressioni religiose dell’area transgiordana in prospettiva dinamica in funzione delle modificazioni spazio-temporali, principalmente prodotte dal contatto dell’elemento nabateo con tradizioni religiose circonvicine. Alla periferia del regno compaiono così forme cultuali che assorbono figure di divinità locali, come ad esempio nel caso della Siria meridionale dove è documentato il culto parallelo di Dushara, la divinità maschile nazionale nabatea, e Baalshamin, divinità di origine siriana con cui i Nabatei entrarono in contatto al tempo dell’espansione verso l’Hauran, alla fine del I secolo a. C., e da dove il suo culto si diffuse verso il centro del regno a Gaia/Wadi Musa e a Petra. Anche a Hegra, città nabatea nell’Hijaz nord-occidentale, è ampiamente attestato il culto di Dushara, qui invece associato a quello del dio-betilo A’ara, “che è in Bosra“, la città all’estremo nord del regno.

Ma non è solo il pantheon che muta in funzione dello spazio ma anche le forme cultuali e le loro tracce materiali, che variano in funzione delle condizioni ambientali naturali. Le imponenti realizzazioni templari e cimiteriali sono così appannaggio dell’area compresa tra Petra e Hegra nell’Hijaz, dove la geografia fisica dei luoghi ha permesso la costruzione di strutture per scavo nelle pareti degli wadi e dove peraltro sono concentrate le più abbondanti testimonianze epigrafiche. Altrove, e questo è generalmente vero per le strutture di chiara funzione templare, le installazioni religiose avvengono per costruzione in luoghi appositamente scelti sulla base di valutazioni che comprendono la morfologia del terreno, come i luoghi di sommità o le ubicazioni più riposte e naturalmente isolate, ma che forse possono aver anche tenuto conto di tradizioni mitologiche, a noi sconosciute, legate ai luoghi stessi. È questo forse il caso del grande santuario di Qirbet et-Tannur nel Wadi el-Hasa o di quello di Iram/Wadi Rum, mete di pellegrinaggi.

A fianco dei grandi monumenti templari urbani e dei santuari dispersi sul territorio, l’attività cultuale aveva ulteriori punti di riferimento nei complessi periurbani delle necropoli/santuario e nei santuari d’altura. Qui sorgevano isolate installazioni di altari e piattaforme per l’esercizio di sacrifici (come ad esempio, i cosiddetti ‘luoghi alti’ di Madbah e Madras a Petra) ai quali, a giudicare dalle dimensioni, dovevano assistere contenuti gruppi di fedeli. Queste installazioni erano raggiungibili attraverso complicati e ripidi percorsi processionali, spesso di grande impegno, con scale scavate nella roccia, la cui percorrenza doveva far parte essa stessa della ritualità, e costellati di piccole strutture devozionali (nicchie, idoli ecc., epigrafi). Un ruolo specifico in questi complessi e nell’esercizio devozionale potevano avere delle speciali associazioni di fedeli (oggi diremmo ‘confraternite’), di cui conosciamo l’esistenza attraverso le fonti epigrafiche e che potevano anche avere connotati di categoria, ad esempio riunendo membri che esercitavano simili attività professionali. In alcuni casi in questi complessi si osserva la compresenza di funzioni cultuali rivolte a una o più divinità e al tempo stesso ai defunti, per cui si parla appunto di necropoli/santuari.

Proprio entro un ambito culturale e religioso di questo tipo si collocano alcuni dei risultati delle più recenti campagne di ricerca della Missione Archeologica “Petra Medievale. Archeologia degli insediamenti crociato-ayyubidi in Transgiordania” dell’Università di Firenze attiva dal 1987, sotto la direzione di G. Vannini, in due zone con le migliori prospettive di ricerca dell’intera regione: l’area della città antica di Petra e il castello crociato di fondazione regia di Montréal (odierna as-Shawbak), una ventina di chilometri più a nord, il baricentro politico e militare della regione, forse già in età tardo-antica ma certamente da età crociato-ayyubide fino ad età mamelucca.

L’ultima campagna di ricerca (2013) sul sito di al-Wu’ayra, il principale castello crociato che controllava direttamente l’area della città antica di Petra, l’abitato di Gaia/Wadi Musa e il nodo viario corrispondente, sta tra le altre rivelando l’esistenza di una inaspettata e finora sconosciuta area cultuale di età nabatea che si configura come una vasta necropoli-santuario, estesa a tutta la superficie poi occupata dal castello crociato. L’area sacra comprende tombe scavate nella roccia e riunite in piccoli gruppi all’interno degli strettissimi wadi il cui accesso era protetto da strutture in legno (porte o cancelli) che rivelano la scala familiare delle installazioni e quindi la loro funzione privata, ma anche l’esistenza di forme di controllo dei complessi tombali. Nei casi più semplici, le tombe sono dotate di piccoli vani scavati nella roccia che sembrano confermare l’uso nabateo della sepoltura secondaria, cioè la raccolta delle ossa disarticolate dei defunti, ma sono state individuate anche tombe più elaborate, dotate di piccole facciate decorate con semicolonne e dotate di camere sepolcrali. Tra gli elementi maggiormente caratterizzanti la necropoli-santuario è la presenza, sulla sommità dei rilievi, di piattaforme cultuali che presuppongono la presenza di piccoli gruppi di partecipanti al culto. L’altro elemento caratterizzante è l’associazione costante delle tombe con l’elemento acqua, sia nella sua forma artificialmente raccolta (cisterne e canali di abduzione) che nella forma libera di provenienza meteorica che, in tutti i casi individuati, viene accuratamente condotta, da piccoli canali a irrorare le strutture sepolcrali. L’intera necropoli-santuario, collocata su un rilievo naturalmente isolato e collegata da una “via processionale” a Petra (e forse anche a Gaia/Wadi Musa), ha i caratteri di una vera e propria “città dei morti”, con una topografia accuratamente pianificata, percorsa da una capillare viabilità, lungo la quale si snoda la sequenza dei monumenti funerari e delle piattaforme-altare, che documenta quindi una ricorrente attività cultuale e devozionale.

Non siamo purtroppo ancora in grado di associare il santuario a una o più divinità del pantheon nabateo che comunque dovevano essere in collegamento con le tombe e l’acqua, forse intesa come elemento rigenerante.

Petra (Giordania). El-Khasne, uno dei simboli dell’opulenza della città nabatea  (Frank Mason Good, 1865)
Petra (Giordania). El-Khasne, uno dei simboli dell’opulenza della città nabatea (Frank Mason Good, 1865)
Al-Wu’ayra (Petra, Giordania).   Il castello crociato e l’area della necropoli-santuario (foto A. Vanni Desideri novembre 2013)
Al-Wu’ayra (Petra, Giordania). Il castello crociato e l’area della necropoli-santuario (foto A. Vanni Desideri novembre 2013)
Al-Wu’ayra (Petra, Giordania). Uno dei percorsi di scale che salgono alle piattaforme cultuali di sommità (foto A. Vanni Desideri, ottobre 1999)
Al-Wu’ayra (Petra, Giordania). Uno dei percorsi di scale che salgono alle piattaforme cultuali di sommità (foto A. Vanni Desideri, ottobre 1999)
Al-Wu’ayra (Petra, Giordania). Una delle tombe della necropoli-santuario nabatea con semplice facciata, due pilastri con nicchie per gli idoli e tre loculi (foto A. Vanni Desideri novembre 2013)
Al-Wu’ayra (Petra, Giordania). Una delle tombe della necropoli-santuario nabatea con semplice facciata, due pilastri con nicchie per gli idoli e tre loculi (foto A. Vanni Desideri novembre 2013)

(*) Università di Firenze, Missione Archeologica “Petra Medievale. Archeologia degli insediamenti crociato-ayyubidi in Transgiordania”

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