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La Shoah di Gaza

di Benito Boschetto

Inizio le mie vacanze e guardo Gaza. Una sorta di contraddizione che crea disagio interiore e sensi di colpa; uno spettacolo disumano che induce a giudizi radicali e riflessioni. Io, come del resto tutta  la mia generazione, sono cresciuto nella continua, crescente e orrifica rappresentazione della Shoah. Il coinvolgimento emotivo e razionale, politico e valoriale, ha generato così non solo pietà per le tante vittime, ma un vero e proprio moto di solidarietà verso il popolo ebraico, tale che in qualche momento avrei voluto, davvero, appartenere ad esso. E in qualche modo, forse c’ero anche riuscito considerata anche l’ampia documentazione e letteratura di cui, sull’argomento, mi sono alimentato, intellettualmente, moralmente, politicamente.

Si avrei voluto essere un ebreo, insomma. Certo di quelli magari sopravvissuti al genocidio.

Ma con il passare degli anni,  lo stato ebraico è divenuto una potenza militare sostenuta da un movimento ispirato a un pensiero politico radicale che, nella pur giusta affermazione dei propri sacrosanti diritti  a esistere, faceva strame dei diritti degli altri, a cominciare proprio da quello dell’esistenza, fino a costituirsi, in Palestina, come una vera e propria tirannia, su un popolo altrettanto legittimato a stare in quella terra. Da allora i miei sentimenti e giudizi di valore, hanno cominciato a cambiare profondamente. Fino a quando, negli ultimi anni, una diretta esperienza di vita reale in Palestina, mi ha fatto toccare con mano e de visu, la condizione umana e la realtà politica di quella gente, oppressi e oppressori, come non viene raccontata dai media manipolati del mondo. Anche perché sempre più marcata, mi è apparsa la distinzione, almeno nella mia personale valutazione degli eventi, fra lo stato ebraico e il popolo ebraico.

Quel popolo per il quale continuo, sempre, anche se non per tutto, a nutrire una immutata simpatia, se non altro per le tenere affettuose amicizie personali che continuo ad avere e coltivare.

Ma se un tempo avrei voluto essere ebreo di razza (di religione mi sento, in radice, di esserlo da sempre), oggi voglio dire, con imbarazzato dolore, che proprio non vorrei essere identificato con quella nazione, nella quale popolo e stato sono comunque, e a prescindere dai sentimenti dei singoli, inscindibilmente legati.

E questo proprio perché attraverso una ingiusta e ingiustificata occupazione, quello stato esercita un vero e proprio regime tirannico sulla popolazione palestinese in ogni aspetto della sua vita quotidiana. Ciò che è all’origine di tutti i mali fino al genocidio di questi giorni. Un fatto, neppure il primo e, forse, anche per questo, perseguito non da oggi, con lucida criminale intenzionalità da una classe dirigente, o almeno da quella parte di essa che è oggi al potere (come qualche occultata fonte documentale pure dimostra), ha trasformato in gravissime colpe anche le proprie ragioni.

Non può non far riflettere la condanna politica e morale dell’ONU, che più volte, anche in questi giorni, ha chiaramente e inequivocabilmente bollato come crimini di guerra, i furiosi massacri di Israele su Gaza. Una condanna che mi auguro arrivi fino al Tribunale Internazionale dell’Aja.

Non può non far riflettere la crescente simpatia verso il popolo palestinese dell’opinione pubblica mondiale, a tutte le latitudini, che ha messo in crisi, spesso, anche la realpolik di governi pusilli, condizionati dai potenti interessi ebraici diffusi, a scapito del vero e del giusto.

Non può non far riflettere il risveglio crescente della malapianta, purtroppo mai del tutto estirpata, dell’antisemitismo, ovunque, a partire dall’Europa, che sembrava sparita quando al potere in Israele c’era una classe dirigente progressista, illuminata e sinceramente dialogante.

Ma non può non far riflettere, ancora, l’indomita resistenza palestinese che, nel massacro di tante vittime innocenti, alimenta vieppiù ostilità e odio nella parte più discutibile e radicale della resistenza. Ma nello stesso tempo non si capisce la scelta strategica di Israele rispetto al futuro della sua gente, e dei suoi giovani in particolare, se non il conflitto permanente segnato da paure e massacri, continuando con quelle sopraffazioni su un popolo, generalmente inerme ma furibondo. Una realtà che produce una doppia povertà: quella economico/sociale causata dall’impossi-bilità di qualsiasi sviluppo nelle condizioni date, e quella umana a causa della negazione violenta dei più elementari diritti umani del popolo palestinese.

Ascolti Israele la parte più umana e lucida del suo popolo e della sua intellighentia: da Yoshua, a Oz, a Grossman, a Bauman e altri, che mandano continui appelli alla saggezza e al buon senso. E la si smetta di nascondersi dietro l’ipocrita ragione del pur sacrosanto diritto a difendersi dai razzi di Hamas, certamente deplorevole.

La si smetta, in primo luogo, perché intanto la causa prima sta proprio nel rifiuto di Israele a starsene semplicemente a casa sua e lasciare i palestinesi a essere padroni a casa loro: gli insediamenti abusivi, il muro, i divieti sulla mobilità e mille altri diritti, i continui rastrellamenti, razzie, distruzioni e tanto altro di più. Uno stato di cose che alimenta l’estremismo di Hamas che, certamente non condividiamo, ma che comprendiamo come possa trovare proseliti all’interno e solidarietà internazionali.

In secondo luogo perché se in ogni ordinamento civile e democratico, è vero che la legittima difesa è contemplata come un diritto in ogni codice penale, è altrettanto vero che nello stesso contesto ordinamentale, ovunque, è anche previsto che l’eccesso di legittima difesa è un vero e proprio reato (per i singoli individui figuriamoci per uno stato), proprio perché non può essere consentita la sproporzione fra il danno subito dall’aggressione e quello prodotto dalla reazione. E come stiano le cose nel caso di Gaza, credo proprio che non ci siano dubbi, per qualsiasi retta coscienza.

I quasi duemila morti di Gaza di cui l’80% donne e bambini (per non parlare degli altri danni…«collaterali»), sono lì a dire che ben poco c’entra il diritto alla difesa, con questo massacro che ha assunto, sempre più chiaramente, i caratteri del genocidio. Parola grave, che pronunciamo, non da soli, con qualche ritrosia, ma pure con convinzione, perché va anche detto che i morti sono un aspetto di questa infame qualificazione degli eventi,  che comprende anche la distruzione, lucida e pervicace, di un’anima, una storia, un’etnia, di un popolo, prodotta dalle sopraffazioni di ogni giorno che è fin troppo facile vedere in un contatto diretto con la terra e la gente di Palestina.

E quindi della distruzione delle sue speranze e prospettive di pace. Chi, dopo questo massacro, crederà più alla pace? È il grido quasi disperato, mandato proprio oggi da Oz. Certamente Erode, nella sua follia criminale con la strage degli innocenti, non riuscì a… «fare meglio».

Palestina olocausto

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