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Segnalazione stampa

newsmaggio-giugno 2014 (a cura di Renato Burigana)
Gli articoli possono essere letti integralmente andando sui siti dei singoli giornali. Questa è una segnalazione stampa e non una rassegna. Il suo utilizzo permette di essere aggiornati sulle principali notizie riguardanti Israele, Palestina, Libano, Siria, Giordania e Iraq. La segnalazione di notizie può facilitare progetti e idee, e non è mirata alla semplice cronaca.

Israele e Territori dell’Autorità Nazionale Palestinese

♦ Hamas e Fatah hanno deciso di mettere fine alle divisioni durate sette anni. Lo ha annunciato a Gaza il capo dell’esecutivo dello Striscia, Ismail Haniyeh. È stata raggiunta «la riconciliazione nazionale», ha detto il leader della Striscia alla presenza di Azzam al-Ahmed, inviato di Fatah (il partito moderato di Abu Mazen che governa la Cisgiordania). Nei colloqui è stata oggi concordata la formazione entro cinque settimane di un governo palestinese di unità nazionale. Entro sei mesi si svolgeranno nuove elezioni nei Territori (La Repubblica, 24 aprile).

♦ Le due fazioni palestinesi Hamas e Fatah mettono fine alle loro divisioni. Lo ha annunciato il capo dell’amministrazione di Hamas nella Striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, affermando che «la riconciliazione nazionale è stata raggiunta». Nessuna apertura dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha annullato un incontro con i negoziatori palestinesi (L’Osservatore Romano, 24 aprile).

♦ Lo sterminio degli ebrei durante l’Olocausto è stato «il crimine più efferato» contro l’umanità della storia moderna: lo ha detto il presidente palestinese, Abu Mazen. Le sue parole arrivano in un momento delicatissimo degli sforzi di pace in Medio Oriente, dopo che Israele ha sospeso i già vacillanti colloqui voluti dagli Usa (La Nazione, 27 aprile).

♦ Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha definito l’Olocausto il «crimine più atroce che l’umanità abbia conosciuto nella storia moderna». L’ha dichiarato durante una conversazione con il rabbino Marc Schneider, presidente della Fondazione per la Comprensione Etnica di New York, e le sue dichiarazioni sono state diffuse oggi dall’agenzia stampa palestinese Wafa. Abbas ha aggiunto di provare compassione per le vittime e le loro famiglie. Poi ha ricordato come sei milioni di ebrei siano morti durante la Seconda Guerra Mondiale per il genocidio nazista (La Repubblica, 27 aprile).

♦ Alle 10 in punto sono risuonate in tutta Israele le sirene che segnano il ricordo degli ebrei uccisi durante la Shoah. L’intero Paese, scuole comprese, per due minuti si è fermato: ovunque si trovasse e qualunque cosa stesse facendo la popolazione in piedi e in silenzio ha reso omaggio alla memoria dei sei milioni di ebrei uccisi nell’Olocausto. Le cerimonie di «Yom haShoah» dureranno tutto il giorno (Il Corriere della Sera, 28 aprile).

♦ L’affermazione fatta ieri dal presidente palestinese Abu Mazen sulla shoah come «il crimine più odioso contro l’umanità nell’era moderna», accompagnata da una richiesta di ripresa dei negoziati, non ha convinto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha parlato di una mossa propagandistica, tesa solo a «colpire l’opinione pubblica internazionale». Secondo Netanyahu, infatti, le dichiarazioni di Abu Mazen sono in contraddizione con la recente intesa per un Governo di unità nazionale con Hamas, che non solo nega la shoah, ma punta alla distruzione di Israele. Il primo ministro israeliano ha ribadito che non negozierà con una controparte palestinese che comprenda Hamas, sebbene lo stesso Abu Mazen avesse dichiarato in precedenza che il nuovo Governo rifiuterà la violenza (L’Osservatore Romano, 28 aprile).

♦ Riaperta ad Ain Karem la «Casa nova». Da sei mesi, operai e volontari si danno da fare, in questi grandi edifici del XIX° secolo e nei giardini in fiore, che hanno conservato tutto il loro fascino. Fra Severino è ottimista: «In sei mesi si notano grandi cambiamenti, i pellegrini diventano sempre più numerosi e amano il clima di accoglienza fraterna di questo luogo». Casa Nova, infatti, non è un hotel, sottolinea il francescano: «Qui tutto è vissuto in semplicità. Abbiamo il nostro pollaio, l’orto, gatti e cani e vorremo proporre ai pellegrini di condividere uno stile di vita e preghiera genuino» (www.custodia.org).

♦ Nove giorni di speciale preghiera sono stati indetti in preparazione alla visita pastorale in Terra Santa di Papa Francesco dal 24 al 26 maggio. Nei giorni precedenti, dal 14 al 22 maggio — rende noto il sito del patriarcato di Gerusalemme dei Latini — le Chiese gerosolimitane e le comunità cristiane prepareranno e sosterranno spiritualmente il pellegrinaggio e l’incontro del Pontefice con il patriarca ortodosso Bartolomeo, che si terrà in occasione della visita alla città santa (L’Osservatore Romano, 6 maggio).

♦ Inizia il viaggio in Terra Santa di Papa Francesco. Ad Amman esprime rispetto per l’Islam, ma chiede anche il rispetto del diritto fondamentale di professare la propria fede. Il Pontefice sarà poi in Israele e Palestina. «Scendo come Daniele, ma so che i leoni non mordono. Quindi vado in pace» ha detto ai giornalisti al seguito.  Il viaggio durerà tre giorni, dal 24 al 26 maggio (La Repubblica, 24 maggio).

♦ Dopo sette anni, i palestinesi hanno un nuovo Governo che rappresenta la ritrovata unità tra Fatah del presidente Abu Mazen e Hamas che dal 2007 ha dominato la Striscia di Gaza. Abu Mazen ha dichiarato che oggi «finiscono le divisioni che hanno causato danni catastrofici alla nostra causa nazionale» (Il Corriere della Sera, 3 giugno).

♦ «L’inizio di un cammino nuovo, alla ricerca di ciò che unisce per superare ciò che divide». Papa Francesco ha spiegato così il senso dello storico incontro per invocare da Dio il dono della pace per la Terra santa, avvenuto all’imbrunire della domenica di Pentecoste 2014, 8 giugno, nei giardini vaticani, alla presenza dei presidenti israeliano Shimon Peres e palestinese Mahmoud Abbas, e del patriarca Bartolomeo. L’invito era stato rivolto da Papa Francesco ai due leader politici domenica 25 maggio, durante il pellegrinaggio nei luoghi santi (L’Osservatore Romano, 9 giugno. Il quotidiano dedica ampio spazio allo storico incontro).

♦ Il presidente palestinese Abu Mazen ha condannato il rapimento dei tre ragazzi israeliani in Cisgiodrania. Lo riferisce l’agenzia palestinese Wafa. Abu Mazen ha condannato anche «le violazioni israeliane» commesse nel corso delle operazioni di ricerca dei tre giovani. «La presidenza palestinese – si legge nel comunicato – condanna gli eventi avvenuti la scorsa settimana, a cominciare dal sequestro di tre ragazzi israeliani». Dal giorno della scomparsa dei tre adolescenti, l’esercito israeliano ha lanciato una vasta operazione contro il movimento palestinese di Hamas in Cisgiordania, arrestando solo la scorsa notte una quarantina di membri dell’organizzazione, tra cui il presidente del parlamento palestinese Aziz Dweik (La Repubblica, 17 giugno).

Libano

♦ Lunga intervista sul Corriere della Sera a Abu Ali Alzalam, responsabile del quartiere di Bachoura della brigata della resistenza guidata da Hezbollah, uno dei gruppi sciiti più potenti del medio oriente, senza dubbio la forza politico-religiosa che determina la vita del Libano in maniera più che rilevante. Hezbollah sono considerati dagli Usa un gruppo terroristico al pari di Al Qaeda, di origini iraniane oggi fanno base prevalentemente nell’Est del Libano che resta perlopiù inaccessibile senza un loro permesso scritto. Le Nazioni Unite, invece, non definiscono Hezbollah come gruppo terroristico vero e proprio ma come gruppo politico/religioso che ha effettuato anche azioni di terrorismo (Il Corriere della Sera, 10 giugno).

Siria

♦ La decisione delle autorità di Damasco di fissare nuove elezioni presidenziali in Siria il prossimo 3 giugno è stata definita dagli Stati Uniti una «parodia della democrazia». Espressioni di condanna sono arrivate anche dall’Unione Europea, mentre il Regno Unito ha detto che si tratterà di «uno scrutinio senza alcun valore» (La Repubblica, 23 aprile).

♦ «Chiediamo  a chi lo detiene di dare a Paolo la possibilità di tornare alla sua libertà e ai suoi cari, e a tutte le istituzioni di continuare ad adoperarsi in tal senso». È l’appello che i familiari del gesuita padre Paolo Dall’Oglio, 59 anni, romano, rapito in Siria il 29 luglio 2013, rivolgono in coincidenza con l’anniversario dei nove mesi dal suo sequestro in Siria (La Repubblica, 29 aprile).

♦ «Ho pianto quando ho visto sui media i cristiani crocifissi in un certo Paese non cristiano». Le Omelie di Santa Marta, pronunciate alle 7 di ogni mattina, regalano ai fedeli le parole del Papa più sentite. E ieri Francesco, che pure non è certo uomo incline al sentimentalismo, non ha avuto remore a confessare le sue lacrime (La Repubblica, 3 maggio).

♦ Almeno cinquanta soldati siriani sono stati uccisi questa mattina dall’esplosione di diversi ordigni nell’Hotel Carlton di Aleppo, un tempo uno degli alberghi più lussuosi della città e oggi trasformato in caserma. La televisione di Stato siriana ha riferito che l’hotel è andato distrutto e diversi edifici limitrofi sono stati danneggiati. L’attentato è stato rivendicato dal cosiddetto Fronte islamico, uno dei gruppi ribelli che combattono in Siria sia contro l’esercito governativo sia contro le altre milizie di insorti. Per collocare gli ordigni esplosi è stato usato un tunnel sotterraneo (L’Osservatore Romano, 8 maggio).

♦ Come previsto, Bashar al Assad è stato rieletto con l’88,07% dei voti. Lo ha annunciato il presidente del parlamento di Damasco. Secondo il Segretario di Stato americano, Kerry è stato un «voto senza senso». Per l’Unione Europea sono state  «elezioni non democratiche» (La Repubblica, 4 giugno).

Iraq

♦ L’Iraq prova con le elezioni a ritornare un Paese «normale». Mentre gli iracheni oggi andavano alle urne per le elezioni politiche, ci si accorge che la progressione della violenza non solo in Iraq non si è fermata ma sta dilagando: nel 2012 erano morti 3.200 civili, 8.800 nel 2013 secondo i dati dell’Onu, mentre da gennaio a oggi sono già state uccise 2.700 persone (Il Sole 24 Ore, 30 aprile).

♦ Sono più di 500.000 le persone in fuga dai combattimenti a Mosul, seconda città irachena, finita ieri sotto il controllo dei jihadisti dello stato islamico in Iraq e nel Levante (Isil). Lo riferisce l’organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che ha sede a Ginevra (La Repubblica, 11 giugno).

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