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La Nakba palestinese nella poesia ebraica

di Adi Mahalel [*]
pubblicato in Forverts, The Yiddish Daily Forward
28 Marzo 2014 edizione del 25 Aprile 2014

La città è stata attraversata da una jeep
Un giovane ragazzo armato…un giovane leone!
E sulla strada dell’oppressore
Un vecchio uomo e una donna
Si stringe a lui al muro

E il giovane sorride con denti di latte
“Voglio provare con la mitragliatrice”… e prova!
Il vecchio copre il suo volto con le mani
E il suo sangue riempie il muro

(…)

Perché giovani e giovanette e noi con loro,
chi di fatto, chi con un cenno d’assenso,
si dividono con un mormorio “un bisogno”, “una vendetta”,
criminali dalla zona di guerra

(Nathan Alterman, 21 Novembre 1948,  “Al Zot” [Riguardo a questo] – yiddish di A.M. –)

La poesia “Al Zot” di Nathan Alterman è una delle più forti reazioni poetiche in ebraico alla “Nakba” palestinese. Alterman l’ha scritta 5 mesi dopo il massacro in Lydda, durante il quale sono stati uccisi centinaia di Palestinesi dagli Israeliani, e ancora altre centinaia sono stati esiliati dalle proprie case. Recentemente, Ari Shavit ha dedicato un intero capitolo nel suo libro “La mia terra promessa: il trionfo e la tragedia di Israele” a tali atti di barbarie (vedi Adi Mahalel, Febbraio 28, 2014, Ari Shavit, My promised Land)

Con questa poesia si apre l’introduzione di Hannan Hever [**] alla raccolta di poesie “Non divulgatelo a Gat: la Nakba palestinese nella poesia ebraica 1948-1958” che è uscita nel 2009 per la curatela di Chavar. Chavar è docente di letteratura ebraica alla Yale University.

“A prima vista”, scrive Chavar, “la poesia di Alterman sembra qualcosa di strano: una poesia che esprime la protesta contro gli atti violenti e denuncia l’ingiusto comportamento delle ‘forze’ Hagana in Lydda (Alterman ha ignorato altri casi); ma Alterman davvero sottolinea la posizione egemonica, nella poesia, che ha in realtà caratterizzato la guerra del 1948 come una guerra giusta.” Le altre strofe nella poesia confermano l’argomento di Chavar. Per esempio, le righe:

questa è la fotografia dei massacri liberatori, cara!
Ce ne sono ancora di piu’ violenti! Non è nessun segreto!
La nostra lotta richiede espressione e poesie!
Bene, che si canti, im-ken, [se così] anche riguardo a ciò!
(…)
E la guerra del popolo, che è rimasto senza paura
Contro le sette armate
Dei re d’oriente
Non avrà alcuna paura neanche di fronte a “Non divulgarlo a Gat”
Non è così paurosa!

Alterman giustifica tutto, a favore dello scopo nazionale, in fondo. Ma la cosa è che molte persone sono state uccise in quel giorno. E Chavar chiede: è riuscita la poesia ebraica di quel decennio a far vedere che la Nakba è il risultato di un crimine morale che è anche un crimine di guerra? Chavar risponde di no, a parte alcuni casi rari che sono infatti vicini all’approccio di Alterman.

Nell’antologia si trovano anche nomi importanti della poesia ebraica israeliana come: Abba Kovner, Avot Yeshurun, Haim Gouri, Ayin Hillel, Leah Goldberg, Dan Pagis, Aleksander Pan,  e altri. L’ultimo nome, Pan, è diventato famoso come il poeta del partito comunista israeliano. La poesia di Pan “Poesia degli esiliati” mostra un sentimento di condivisione per gli arabi palestinesi. “Un sole nero nella mia casa” scrive lì.

La antologia di poesia “Non dirlo a Gat” [***] è uscita in una bella edizione per le edizioni Zokros. Alle poesie si intrecciano testimonianze palestinesi sulla Nakba che funzionano come testi di prosa realistici e come dirette testimonianze dall’altro lato del conflitto, senza la mediazione del poeta ebraico. La raccolta da’ una lezione importante riguardo alla differenza tra un certo tipo di poeta e gli intellettuali in genere, che sono legati al governo, e difendono il detto “Qualunque cosa sia” – e questo, in contrasto al tipo ribelle, che è grande in coraggio a contrapporsi e a criticare il potere.

Un testo poetico nella raccolta è stato scritto da un poeta palestinese, Tawfik Ziyad. Così scrive in “I miei fratelli nella lotta”, 1957:

I miei fratelli in lotta
Questa è la mia preghiera
Sia noi, sia voi
Siamo delle vittime di tiranni
(…)
Questa è la mia strada
Che il fratello sia garante per il fratello
E mano nella mano entreremo nella luce, nella vittoria
Daremo luce all’alba della pace e della felicità!


[*] Adi Mahalel è docente di Yiddish al Joseph and Rebecca Meyerhof Center per Studi Ebraici all’Universita’ del Maryland. Sta attualmente completando un libro, il cui titolo provvisorio e’ “The radical years of I. L. Peretz.” basato sulla sua tesi di dottorato.

[**] Hanna Hever è Jacob and Hilda Blaustein Professor of Hebrew Language and Literature alla Yale University

[***] L’espressione è Al tagidu begath, si riferisce a Samuele, II, 1, 20: “Non divulgatelo a Gat”

Traduzione di Margherita Pascucci, con ringraziamenti a Elissa Bemporad.
Bemporad e Pascucci hanno curato Steps by Steps. Anthology of Yiddish poetry, Quodlibet. Step by Step: Contemporary Yiddish Poetry. Anthology of Yiddish contemporary poetry, Conzeniana, Quodlibet/Verbarium, Macerata, Italia, Maggio 2009 e Itskhok Leybush Peretz, La rabbia di un’ebrea e altri racconti, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, di prossima uscita, Maggio 2014]

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