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Bosnia-Erzegovina: i cittadini fanno il “plenum” di democrazia

di Andrea Bonesso
Bosnia-Erzegovina

Un’iniziale protesta operaia, durante lo scorso mese di febbraio nella città di Tuzla, ha visto partecipare qualche centinaia di persone. Quella che agli albori sembrava una delle tante modalità di risposta alla crisi economico-finanziaria, che da queste parti  ha colpito più duramente mettendo a dura prova un tessuto produttivo già fiacco, ha favorito l’avvio di un profondo mutamento nella società bosniaco-erzegovese.

La protesta, nell’arco di alcune settimane, si è estesa ai maggiori centri del paese, sia nella Republika Srpska che nella Federacija Bosne i Hercegovine (Repubblica serba e Federazione di Bosnia ed Erzegovina), le due entità autonome, riunite nello stato di Bosnia-Erzegovina, scaturite dagli accordi di Dayton del 1995 che, pur avendo posto fine alla triennale guerra fratricida, hanno tuttavia cristallizzato la situazione dal punto di vista etnico-amministrativo. Proprio questa dimensione amministrativa, gestita in modo clientelare in tutto il paese a vantaggio di alcune elites politico-imprenditoriali, è stata oggetto delle aspre contestazioni dei dimostranti.

L’inizio delle proteste, segnato anche da inqualificabili episodi violenti, probabilmente causati da infiltrati, sembrava non presagire quanto poi effettivamente accaduto. Infatti la levata di scudi degli operai ha coinvolto progressivamente anche studenti, docenti e semplici cittadini, riuniti dalla comune richiesta di un radicale cambiamento nel modo di governare: dall’amministrazione dei cantoni, le unità più piccole e vicine alla gente, al governo centrale. Sotto accusa le modalità affaristiche con cui, a vari livelli, il paese è stato guidato fino ad oggi. Affari che, ovviamente, riguardavano poche e precise persone con la relativa cerchia.

L’aspetto più interessante dell’organizzazione delle proteste concerne la nascita del cosiddetto «plenum», ovvero di comitati spontanei di cittadini, strutturati sul modello della democrazia diretta, al fine di discutere ed elaborare strategie e proposte. Se ne sono formati alcuni, specialmente nelle grandi città. Alcuni amministratori hanno accolto le loro richieste, quali revisione delle politiche di bilancio, più ampio coinvolgimento dei cittadini, inserimento di «tecnici» nei ruoli più politici. Tuttavia la dimensione veramente innovativa, almeno nel panorama della Bosnia-Erzegovina, riguarda la composizione «sovrana-zionale» dei comitati. Infatti, per la prima volta dopo il 1995, appartenenti alle tre componenti etniche (serbi, croati e bosniaci, con quest’ultimo termine si intendono gli appartenenti alla religione musulmana e quanti si definiscono cittadini della Bosnia-Erzegovina, ndr), si sono trovati riuniti, condividendo percorsi e obiettivi. Il plenum, quindi, nasce come esperienza che tenta di valorizzare le diversità, avviando un percorso di riconciliazione fondato sulla pari dignità e articolato sugli assi portanti del rispetto, dell’ascolto e del dialogo. La voglia di partecipare a questi veri e propri laboratori civici è stata notevole; vi prendono parte persone di ogni età, a tutti è data libertà di parola e di proposta di soluzioni ai problemi sul tappeto. Non ci si confronta solamente in merito alle difficoltà economiche; si condividono riflessioni sulla società, sul ruolo della religione e delle convinzioni personali sulla scena pubblica, sulla tutela dell’ambiente. Dopo il confronto viene stilato e approvato un documento conclusivo da sottoporre all’attenzione delle competenti autorità. Il coinvolgimento e la condivisione, non poteva andare diversamente, avvengono anche grazie al tam-tam garantito dai social network.

Dopo la mobilitazione di questi due ultimi mesi, si pone inevitabilmente l’esigenza di non disperdere il «capitale democratico» promosso e accumulato. Una parte della società civile della Bosnia-Erzegovina ha lanciato un segnale chiarissimo: le diversità etniche non costituiscono barriere invalicabili. Esse possono favorire esperienze di dialogo autentico, se accolte e valorizzate. Tale indicazione vale, in primis, proprio in riferimento alla struttura statale scaturita a Dayton; rigidamente pensata, al termine della guerra, in funzione dei gruppi etnici, della stabilità e della rappresentanza ma strutturalmente incapace di delineare percorsi di accettazione e inclusione e non di semplice, quando tutto funziona al meglio, «sopportazione» del diverso.

A ben vedere, il movimento nato in questo lembo di terra balcanica stimola la riflessione e il confronto anche in relazione ad alcuni meccanismi e «filosofie» dell’Unione europea, nella misura in cui, ancora troppe volte, è percepita come distante ed eccessivamente guidata da freddi automatismi burocratici.

Nel 1914 un colpo d’arma da fuoco, sparato a Sarajevo, inaugurò un periodo terribile per il vecchio continente; un secolo dopo, Sarajevo potrà essere la culla di una vera Europa dei popoli, patria di autentica democrazia?

Il ponte di Mostar, progettato dall'architetto Hajrudin  e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico
Il ponte di Mostar, progettato dall’architetto Hajrudin
e costruito nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico

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