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I bambini di Betlemme: le mille emozioni fra tenerezza e rabbia

di Benito Boschetto

È lì nella sua piccola culla. Un tenerissimo batuffolino. È nata da tre giorni. Non ha nome, ma, soprattutto, non ha né padre e, paradossalmente, neanche la madre. Sì perché è stata subito abbandonata. Il perché non conta. Possono essere tanti, e sempre comunque umanamente tragici, i perché: e nessuno che non abbia titolo, ha il diritto di indagare oltre. Solo che, in questa sua condizione di totale assenza genitoriale, la bimba non ha neppure diritto a una registrazione anagrafica: condizione indispensabile a quell’identità che dovrebbe accompagnarla tutta la vita, a partire dal diritto di cittadinanza, premessa per aver riconosciuti ed esercitare tutti gli altri diritti che scandiscono la nostra vita, ogni giorno. No, perché alla violenza e alla crudeltà non c’è limite. Cosi che, in questo caso, vediamo che alla sciagurata vicenda umana, di cui uno può essere vittima dal primo giorno della nascita, si può aggiungere anche quella della burocrazia e delle leggi che, stupidamente e senza ragione, invece di compensare lo scarto di natura, lo aggravano.

E così è senza nome questo angioletto. Certo, le suore che, caritatevolmente, l’hanno presa in cura e l’accudiscono, glielo daranno. Ma sarà un nome, di sicuro frequentemente pronunciato, ma non «regolarmente» riconosciuto. E gli esempi di bambini cresciuti in questa condizione, e che conosciamo, ci dicono quanti problemi in più, dovranno affrontare nella vita che già si preannuncia piena di handicap.

Si perché, intanto, le suore per quanto amorevoli, non potranno mai sostituirsi al bisogno di babbo e mamma. Daranno comunque una «famiglia», ma sarà una famiglia speciale: e se le suore non saranno proprio genitori, anche gli altri bambini della comunità non saranno proprio fratelli. Ma comunque verranno preparati alla vita, almeno in questi primi anni. Sì, ma quale vita? Fino a 5/6 anni qui, alla Creche: la «culla» appunto, dove le suore vincenziane francesi della carità, presenti a Betlemme dal 1870, svolgono questa grande opera umanitaria.

E poi? Poi andranno in un altro istituto, un grande istituto, fondato e gestito da un’organizzazione umanitaria austriaca, dove resteranno fino a 14 anni, acquisendo sempre più consapevolezza della loro condizione di minorità sociale, che non sapranno mai spiegarsi. E sarà, per loro,  il primo grande, fondamentale, inspiegabile mistero della vita con cui saranno costretti a misurarsi, vivendone la condizione difficile e le contraddizioni irrisolvibili.

E poi ancora? Poi dovranno arrangiarsi ancora di più, come se fino ad allora non l’avessero dovuto fare! E questo allenamento forse è ancora un bene, per loro. Visto che già a 14 anni saranno costretti a lasciare l’istituto che, comunque, qualche garanzia e protezione gliela dava. E, a quel punto, trovarsi, d’emblè, in strada, a doversi procurare, da sé, quelle condizioni minimali di vita, o di sopravvivenza, facendo fronte ai rischi che una situazione del genere, a una età del genere, comporta.

No, tutto questo è semplicemente crudele. E, senza scomodare moralismi fuori luogo, ci pone di fronte a interrogativi terribili, sulle responsabilità a cui ciascuno di noi è chiamato, comunque. Al problema, sempre più drammatico della povertà e delle povertà, all’ingiusta diseguaglianza delle disponibilità economiche e delle protezioni sociali, e alle cause che ci stanno sopra. Se poi si valuta che questo paese ha una ricchissima diaspora sparsa in tutti i continenti, e, dall’altro, sacche enormi di povertà, davvero il grido di Gesù, lì nella sua terra, comunque paradigma delle miserie del mondo, si sente davvero levare alto contro l’avidità e il denaro che, come ha ricordato questi giorni Papa Francesco, non solo sono la radice di tutti mali dell’umanità, ma hanno cambiato in radice il primo comandamento.

Si è detto della Creche, ma non dissimile è la situazione dei bimbi sordomuti di Effetà o dei cerebrolesi della casa Hogar Niños Dios, tanto per ricordare altri luoghi dove è palpabile questo terribile e stridente contrasto, tra l’amore di chi se ne fa carico, e la crudeltà di chi, pur potendo, non fa nulla.

Non è retorica della povertà. So che parlandone si corre questo rischio. Ma non importa. L’importante, a mio parere, è vedere se quello che si dice è vero e sentito. Il resto non conta. Solo che il sentito, perché così vero, si tramuta spesso in rabbia, indignazione profonda, giustificazione anche di comportamenti di ribellione che, altrimenti, saremmo portati a condannare.

Sì perché dietro tutto ciò, e altri fenomeni e problemi altrettanti grandi che, qui, volutamente tralasciamo, non solo c’è una natura spesso crudele, ma è una natura altrettanto spesso condizionata se non addirittura determinata dai comportamenti umani, oddio «umani» si fa per dire…: dall’incesto, alla familiarità come fattori biologici ereditari di tante malattie, alle condizioni di restrizione di un regime crudele di occupazione che su tanti aspetti della vita sociale e dei costumi, e su quegli stessi fattori biologici pure, ha una influenza diretta e determinante. Si sa, ed è facile spiegarli. Non lo facciamo qui però, dove vogliamo limitarci solo ad annotarli.

E questo soltanto per dire che, molto spesso, la povertà, in senso lato, è davvero non frutto del caso, del destino o delle responsabilità delle scelte individuali, ma di condizioni e fattori degenerativi, riconducibili a perversi rapporti umani. Quelli insomma che, nella dialettica della vita come campo di battaglia fra bene e male, scelgono il male assumendone fino in fondo i connotati più colpevoli e deplorevoli: umanamente, moralmente, politicamente.

Suor Lucia

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