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Storie di Papi e di Concili

di Franco Cardini

Franco CardiniVi fu nella vita della Chiesa un tempo in cui massimo arbitro e reggente della compagine dei fedeli era l’imperatore, che nella pars Occidentis venne a mancare nel 476 mentre a Bisanzio, dove la sua funzione avrebbe continuato a sussistere (con l’intervallo di poco più di mezzo secolo nel Duecento) per quasi un millennio, egli veniva acclamato come Sebastos, Philokristos, Isapostolos, “Augusto, Amico del Cristo, Pari agli Apostoli”. Colui che in greco era detto basileus, ma anche Autokrator, era il garante supremo dinanzi a Dio della comunità dei credenti, distinta in vere diocesi episcopali organizzate nei cinque grandi patriarcati storici di Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.

Ma  nel 1054 il gruppo dirigente dei fautori di una riforma della Chiesa latina, che stava cercando di uscire dall’infeudamento nel quale essa era stata ridotta – con effetti del resto moralmente benefici, fino dal secolo precedente – da parte dell’impero romano-germanico, aveva provocato uno scisma rispetto alla Chiesa greca che al momento non fu colto da alcuna delle due parti come definitivo e irreversibile, ma che tale si sarebbe rivelato nel corso dei secoli fino da oggi. In quel momento, ormai tre dei grandi patriarcati originali erano in partibus infidelium, soggetti alla supremazia dei poteri musulmani: e, se quello costantinopolitano permaneva subordinato al basileus, quello romano si andava invece liberando dal controllo dell’autorità romano-germanica in crisi. Tutto ciò avrebbe determinato un crescere in termini di auctoritas e di potestas del vescovo di Roma e lo sviluppo del “primato di Pietro” sino ai termini di un’autorità suprema e indiscussa estesa su tutta la Chiesa latina. Da allora quelli che occupavano la cattedra di Pietro, e che i romani chiamavano con l’affettuoso titolo in origine greco-siriaca di “papa”, si assunsero il compito di una sempre più rigorosa egemonizzazione delle altre diocesi. L’antico strumento di conduzione collegiale della compagine dei fedeli, il concilio, andò da allora perdendo d’importanza: quelli dei secoli XI-XIV, convocati sotto il costante e rigoroso controllo dell’autorità romana incarnata da papi ch’erano sempre più spesso giuristi e canonisti esperti, emanarono decreti dei quali il “sommo pontefice” era sovente il promotore e costantemente il legittimatore. Ci fu solo un periodo di breve ancorché intensa prevalenza conciliaristica, quella successiva al “grande scisma” del 1378-1415 e corrispondente più o meno al concilio di Costanza del 1414-17 e alla prima parte di quello di Basilea-Ferrara-Firenze del 1439-41, poi prolungatosi fino al 1449 in quello che fu definito il “piccolo scisma”. Da allora, il potere pontificio romano fu considerato unico e supremo e lo stesso concilio di Trento del 1545-1563 – originariamente convocato per risolvere la questione della “riforma” avviata da Lutero nel 1517 – si concluse con un nuovo scisma che fece perdere alla Chiesa cattolica il controllo delle diocesi dei paesi eurosettentrionali ma che rafforzò il potere pontificio nelle altre.

Da allora, lo strumento conciliare scomparve dalla vita della Chiesa latina: vi riapparve solo nel 1870, quando in un momento di grave crisi politica si provvide col Vaticano I a sancire il dogma dell’infallibilità del papa che si esprima ex cathedra; e quindi nel 1962-65, allorché col Vaticano II ci si guardò bene dal contestare tale risoluzioni ma si restituì tuttavia voce e autorevolezza alle diocesi e alla stessa base, al “popolo di Dio”. Ma le risoluzioni di quel concilio, e più ancora le applicazioni di esso, provocarono disagi e polemiche non solo non sopiti, ma addirittura per certi versi incrementati nel corso degli anni fino ad oggi.

Oggi un papa speciale, un gesuita – il primo pontefice mai appartenuto alla Compagnia – che ha scelto per segnare il suo pontificato un nome molto difficile da portare, quello del Povero d’Assisi, decide a pochi mesi dall’inizio del suo ufficio petrino di canonizzare insieme due papi circondati entrambi di grande popolarità e oggetto già di culto ufficioso diffuso, ma che sono tipologicamente quasi agli antipodi: il mite, bonario papa Roncalli e il regale, trascinante papa Wojtyła; il pontefice del Vaticano II e quello che, quanto meno secondo alcuni osservatori, ha avviato un movimento di quanto meno “implicita” revisione di quel concilio o comunque di alcune tra le forme di esecuzione pratica dei  suoi decreti. Che senso può avere, da parte di un papa che aveva e conserva la fama di essere un “tradizionalista” e che tuttavia ha avviato un processo di rinnovamento interno alla Chiesa di profondità e d’intensità forse finora mai viste dai tempi del concilio di Trento, quella scelta che qualcuno non ha esitato a definire bipartisan? Una delle sue uscite paradossali, di quelle che fanno scandalo? Un passo teso a pacificare la “destra” e la “sinistra” dello schieramento che oggi divide la gerarchia ecclesiastica e anche i più sensibili e impegnati tra i fedeli? Un’indicazione tesa a sottolineare che certe differenze e certe tensioni all’interno della Chiesa sono in realtà solo apparenti, superficiali e illusorie, mentre la sostanza della sua dottrina e della sua disciplina sono bel solide e coerenti nonostante tutto?

La santità è tecnicamente definibile, nella Chiesa cattolica, come “l’esercizio eroico delle virtù cristiane”: il che fa di qualunque santo un paradigma, un modello proposto non solo alla venerazione, ma anche all’imitazione dei fedeli. Ma l’esercizio delle virtù cristiane è da considerarsi in relazione con i “doveri di stato” con i quali il santo in vita sua ha dovuto confrontarsi: e quelli di un pontefice sono molto speciali. Canonizzare un papa, da parte di un suo collega e successore, significa non solo dichiararne l’assunzione del suo modello paradigmatico ma anche e soprattutto dichiarare che una mèta altissima come l’esercizio eroico delle virtù cristiane non è necessariamente conseguibile attraverso la preghiera, la meditazione, la vita caritatevole, bensì anche attraverso il quotidiano confronto con  le difficili necessità imposte dalle ragioni di governo della Chiesa. In un certo senso, un papa che canonizza un altro papa dichiara al tempo stesso santificata e santificabile la funzione pontificia stessa.

Astraiamo dunque dalle ragioni propriamente religiose che hanno suggerito l’opportunità di una scelta come quella di papa Francesco. E chiediamoci invece che cosa essa comporti nei confronti della Chiesa cattolica di oggi che sta confrontandosi con una quadruplice sfida: primo, la necessità di ritrovare un equilibrio e una concordia che poco più di un anno fa, allorché Benedetto XVI ha abbandonato il soglio pontificio, apparivano entrambi fortemente compromessi; secondo, l’urgenza di superare quella frattura tra disciplina ecclesiale da una parte, vita pratica dei fedeli dall’altra, che negli ultimi anni ha condotto a quel che un testimone della qualità di Pietro Prini ha potuto definire un vero e proprio “scisma sommerso”, specie sui grandi temi della moralità pratica, della condotta sessuale, del matrimonio e della vita di coppia, dell’eutanasia; terzo, l’obbligo inderogabile, per il papato e la Chiesa, di prender posizione dinanzi al drammatico squilibrio socioeconomico del mondo e all’ormai inderogabile problema della sperequazione tra l’impudica ricchezza di minoranze sempre è più ristrette e l’intollerabile povertà di masse sempre più ampie; quarto, il persistente e sempre confermato impegno da parte della Chiesa romana di collaborare al recupero dell’unità tra i cristiani, perduta nell’XI e quindi nel XVI secolo, nella consapevolezza che il “primato di Pietro” costituisce uno degli ostacoli inaggirabili rispetto al conseguimento di tale scopo.

Sottolineando il suo ruolo di “vescovo di Roma”, fino dalla sua elezione, papa Bergoglio ha evidentemente lanciato un inequivocabile messaggio rivolto alle Chiesa cristiane di tutto il mondo: la disponibilità da parte cattolica a un ridimensionamento della funzione petrina. Al tempo stesso  egli ha inteso, con la duplice canonizzazione di due papi sentiti per molti versi come “antitetici”, ribadire che la Chiesa non rinnega se stessa e che le sue contingenti e apparenti contraddizioni rientrano nell’interna dialettica della sua storia.

Ma il ridimensionamento della funzione petrina comporta per forza di cose un rafforzamento dell’altra componente storica del vertice ecclesiale: il concilio. L’audacia delle misure assunte dal papa rende necessaria una verifica: egli deve sapere perfettamente se e in che misura il resto della gerarchia lo segue e quali sono le correzioni che essa propone di apportare alla rotta da lui tracciata. Tutte le scelte dell’attuale pontefice tendono a questo esito: la convocazione di un prossimo concilio, che confermi e riprenda la linea del Vaticano II o che vi apporti quelle correzioni necessarie al superamento di quella crisi che la Chiesa cattolica sta senza dubbio attraversando e della quale l’abdicazione di Benedetto XVI e l’ascesa al soglio di Francesco sono i segni più evidenti.

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