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L’ecumenismo, scelta «forte» di Papa Giovanni Paolo II

di Renato Burigana

In queste ultime settimane sono usciti molti libri su Giovanni Paolo II. Biografie, storie di singoli viaggi, raccolte di discorsi, volumi che hanno cercato di ripercorrerne attraverso i ricordi degli autori alcuni tratti della sua vita, dalla Polonia a Roma. Libri utili per provare a scoprire questa figura di vescovo polacco, poi eletto vescovo di Roma, successore di Pietro.

Uno degli aspetti più importanti del lungo papato di Giovanni Paolo II è stato il suo impegno per il cammino ecumenico e per il dialogo interreligioso, e in particolare per la promozione della Bibbia interconfessionale in lingua corrente. Seguendo lo schema proposto dal Concilio Vaticano II, al quale Karol Wojtyla aveva preso parte, il Papa ha sempre tenuto distinto il dialogo fra i cristiani, al quale il Vaticano II dedicò il decreto «Unitatis redintegratio», dal dialogo con gli uomini delle grandi religioni, al quale sempre il Concilio dedicò la dichiarazione «Nostra aetate».

Qui vorrei, seppur brevemente, sottolineare l’impegno di Giovanni Paolo II, verso il dialogo con i cristiani. Basterebbe scorrere le lettere encicliche, i suoi discorsi per rendersi conto di come e di quante volte ha affrontato questo tema, che lui riteneva fondamentale e centrale per il cammino della Chiesa.

C’è un aspetto che non è ancora stato sottolineato, e che merita di esserlo: il plauso e l’incoraggiamento dato da Giovanni Paolo II alla traduzione della Bibbia in lingua corrente, realizzata da cristiani delle diverse confessioni. Uno dei frutti del Concilio, in particolare della Costituzione sulla Parola di Dio, la «Dei verbum» fu l’aver invitato i cristiani delle diverse chiese e comunità a provare a tradurre insieme la Parola di Dio, fonte della vita cristiana, anima della teologia. Dopo il Concilio la traduzione iniziò, non senza difficoltà e incomprensioni. Un lavoro lungo fatto insieme da biblisti delle diverse confessioni cristiane. Il testo così tradotto venne poi affidato ai linguisti per renderlo nella lingua parlata, in modo da dare al lettore finale le stesse informazioni che poteva avere chi ascoltava Gesù, o chi leggeva i testi dell’Antico Testamento.

Un lavoro che Giovanni Paolo II incoraggiò e quando, lunedì 30 settembre 1985, ricevette i responsabili e i rappresentanti dell’Alleanza Biblica Universale e della Federazione Mondiale dell’Apostolato Cattolico della Bibbia non mancò di sottolinearlo. «So che l’odierna pubblicazione è frutto di un’opera faticosa, che ha impegnato cinque gruppi di lavoro durante sette anni di attività. Ma sono certo che alla fatica si è accompagnata la gioia tipica, proveniente da un diuturno contatto in profondità con la divina Parola, che a ragione il Salmista proclama lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino (Salmo 119)».

Il Papa, che aveva già incontrato i traduttori in occasione della pubblicazione della milionesima copia della traduzione del Nuovo Testamento, si mostrò molto contento di poter ora accogliere la pubblicazione dell’intera Bibbia, tradotta in oltre 160 lingue moderne. Ma Giovanni Paolo II, non mancò, da teologo di soffermarsi sull’importanza del tradurre insieme: esso infatti rappresentava un passo avanti  nella riflessione teologica, nell’affrontare i temi teologici ancora difficili e controversi. «L’impresa, alla quale vi siete accinti, è pure un importante momento di collaborazione – disse sempre il Papa in quell’incontro del 30 settembre – e quindi di incontro ecumenico. E da parte mia, desidero ardentemente che esso non trascorra invano, ma produca realmente una feconda riscoperta della nostra comune piattaforma di origine, tornando alla quale la Chiesa intera non può che avvantaggiarsene in ringiovanimento, in mutua coesione, e in efficace testimonianza al mondo».

Alcuni anno dopo, lunedì 26 novembre 2001, in occasione del XXV anniversario della pubblicazione del Nuovo Testamento interconfessionale in lingua corrente, incontrò nuovamente i traduttori della Bibbia. «La pubblicazione della traduzione interconfessionale nel linguaggio della gente comune si presenta come l’iniziativa di maggior rilevanza ecumenica attuata in Italia», parole che dimostrarono come felice fosse stata l’intuizione dei padri conciliari. Inoltre il Papa volle sottolineare come il lavorare insieme nel tradurre, aiutasse attraverso lo studio una comprensione del testo sacro e «favorisca il superamento di divisioni prodotte nel corso della storia, le quali traevano alimento proprio da interpretazioni divergenti di alcuni brani biblici. Tutti auspichiamo che tale possibilità di incontro e di dialogo vada sempre più approfondendosi nella convinzione che la Sacra Scrittura può dare la saggezza che conduce alla salvezza, per mezzo della fede in Cristo Gesù (2 Tim, 3,15)».

Abbiamo scelto questi due incontri, forse noti soli agli specialisti, per rendere omaggio al forte impegno di Giovanni Paolo II nel cammino ecumenico. Egli, con profonda convinzione, ha portato avanti quell’intuizione di Giovanni XXIII nell’indire un Concilio che avesse l’ecumenismo fra i temi più importanti da trattare. In questi decenni il cammino ecumenico è andato molto avanti, e oggi possiamo ben dire che i cristiani delle diverse confessioni, grazie al lavoro fatto insieme per tradurre la Parola di Dio, si conoscono meglio, hanno compreso che molte delle divisioni che hanno lacerato la chiesa erano frutto di incrostazioni storiche, teologiche, bibliche, politiche che oggi non hanno più ragione di essere.

Papa Giovanni Paolo II al Muro del Pianto, nel marzo 2000
Papa Giovanni Paolo II al Muro del Pianto, nel marzo 2000

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