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I simboli: segno per il dialogo delle religioni

di Andrea Olivero, Presidente ACLI

Se vi è un luogo al mondo dove le religioni hanno casa visibilmente da tempi remoti è Gerusalemme, la Città Santa, la città simbolo del religioso e di tutto ciò che da questo consegue. Eppure proprio qui noi oggi possiamo notare alcune delle grandi contraddizioni del rapporto tra fede e politica e, ancor più, possiamo osservare come non scaturiscano necessariamente dialogo e pace dalle religioni, se non rettamente guidate da uomini autenticamente religiosi.

 In primo luogo, come il prezioso lavoro del sen. Chiti ci manifesta, è necessario che tutte le fedi abbiano pubblica cittadinanza. Non è questione di sola tolleranza o di rispetto dei diritti umani – che pure dovrebbe essere tenuto in considerazione in ogni luogo – ma di civiltà: chi si priva dell’espressione pubblica delle religioni nega una parte rilevante dell’essere umano, trascura un fondamentale portato di civiltà, valori, tradizioni che è ricchezza comune. Non solo: cancellare l’aspetto pubblico delle religioni è anche miope – come ci insegna la storia di questa città, Gerusalemme, più volte soggetta a pulizie etnico-religiose, a partire dai tempi di Nabucodonosor – perché prima o poi esse tornano ad affermarsi e le persecuzioni, lungi dall’annientarle, ridonano forza. A Gerusalemme campane e muezzin si ascoltano insieme, muftì e rabbini si incrociano nelle vie, patriarchi di chiese antichissime si susseguono nelle processioni.
La mescolanza è completa e mostra quanto sia ridicolo l’atteggiamento di chi, nelle nostre città italiane, ancora dichiara che “non siamo pronti a vedere moschee accanto alle nostre chiese”. Nessuno si può spaventare di fronte alla pubblica espressione delle religioni, che hanno sempre legittimità nell’agorà.
Ma questo basta? Possiamo accontentarci della giustapposizione delle forme esteriori dell’espressione della fede? Può il pluralismo religioso provocato dalla globalizzazione ridursi a mero “libero spazio”? Anche in questo caso l’essere a Gerusalemme ci aiuta a formulare qualche risposta di senso. Innanzitutto quando le religioni si accostano, in quanto tali, non generano necessariamente dialogo né creano le condizioni per la pace.
Come ci ha più volte richiamato a riflettere papa Benedetto, le religioni in quanto portatrici di verità assoluta non sono dialogiche, ma possono divenire fonte di rispetto, dialogo e amore reciproco nella misura in cui gli uomini religiosi scelgono di mettersi in cammino gli uni verso gli altri. Non si tratta di portare le fedi a confronto – cosa impossibile senza cadere in pericolosi sincretismi oggi in voga in taluni luoghi – ma di riconoscere la presenza di Dio nell’altro e di ricercare comuni valori di riferimento su cui costruire la casa comune, la città terrena. L’uomo autenticamente religioso deve concorrere a realizzare nello spazio laico del mondo quanto ritiene giusto e nel farlo deve confrontarsi schiettamente con tutte le culture e le fedi presenti. Dovrà operare laicamente, ma ricco di tutta la sua cultura e di tutte le sue convinzioni, nella coscienza che solo una laicità ricca, aperta all’esperienza di tutti, credenti in fedi diverse e non credenti, può dare frutti buoni.
Ogni forma di laicità che nega l’elemento religioso e lo esclude dalla sfera pubblica –pensiamo ai differenti esempi della Francia e della Turchia, entrambi oggi in crisi – impoverisce la sfera pubblica e aumenta le tensioni sociali. Per costruire dialogo, però, è necessario che le culture politiche, come seriamente sta facendo il sen. Chiti, abbiano il coraggio di mettersi in discussione e di aprire nuovi spazi di confronto serrato.
Senza dogmatismi, ma con la convinzione che ciascuno ha bisogno dell’altro.

1 Comment

  1. Pierluigi Leoni
    09/04/2012

    Condivido sia l’analisi che l’esortazione ai cattolici, clero e laici, e alla politica in generale.

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