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Albania-Unione Europea: storia di incomprensioni «religiose»

di Andrea Bonesso

Nello scorso mese di dicembre il Consiglio europeo non ha concesso all’Albania lo status di paese candidato a divenire membro dell’Unione europea. Si tratta di una decisione che costringerà il paese dei Balcani occidentali a una sorta di stand-by fino al prossimo giugno, quando si dovrebbe giungere a iniziare il percorso. Sono stati cinque gli stati che si sono opposti: Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna ed Olanda.

Albania-UE

Le motivazioni ufficiali addotte convergono sulla necessità che Tirana si impegni maggiormente nel completare le riforme necessarie a garantire il raggiungimento degli standard dell’Unione, specialmente in relazione alla lotta alla corruzione e alla trasparenza della pubblica amministrazione. In realtà vi è chi sostiene che, oltre a difficilmente qualificabili calcoli elettorali in vista delle elezioni continentali previste per il prossimo maggio le quali avrebbero spinto a frenare su possibili allargamenti, la decisione negativa sia da attribuire anche alla convinzione di alcuni diplomatici circa la presunta equivalenza Albania e Islam.

Ora, è ampiamente noto il legame del popolo albanese con la religione musulmana; anche le ultime ricerche di sociologia religiosa evidenziano come, nell’ambito di coloro i quali dichiarano di credere in Dio, la maggior parte si ritrovi negli insegnamenti del Corano e del Profeta.

L’aspetto interessante e, a ben vedere preoccupante, di tale lettura riguarda il sostegno che ha ottenuto anche da parte di taluni esponenti della classe politico-intellettuale albanese. Non è un mistero, a esempio, che Ilir Meta, decisivo opinion maker nel corso delle ultime tornate elettorali nonché collaboratore fidato dell’attuale premier, abbia dichiarato ai media albanesi che il rifiuto della candidatura europea del paese sia ascrivibile alla sua adesione all’Organizzazione per la Cooperazione Islamica.

Molti mezzi di comunicazioni hanno contribuito a rinforzare tale curiosa interpretazione con titoli roboanti quali: «Non ci hanno dato lo status di paese candidato perché siamo musulmani». L’accostamento tra albanesi e Islam, sostenuto da alcune cancellerie europee e appoggiato pure da molti esponenti della vita politica albanese, risulta quantomeno strumentale.

Se pur bisogna ammettere, dal punto di vista storico, un rapporto tra la rinascita del sentimento nazionale albanese nella prima metà del XX secolo e la religione musulmana, tuttavia non si può parimenti scordare che il popolo albanese comprende anche cristiani, soprattutto di confessione ortodossa e cattolica.

La società civile del «paese delle aquile» ha assunto piena consapevolezza del proprio pluralismo culturale-religioso all’indomani dell’indipendenza del Kosovo, avvenuta, come noto, nel 2008. Strana eterogeneità dei fini, si osserverà, visto che gli albanesi religiosi residenti nella ex regione serba sono praticamente tutti musulmani.

Non pare tuttavia completamente escludibile la possibilità che, dietro le reazioni di taluni esponenti della leadership politico-culturale di Tirana alla bocciatura della candidatura, ci sia la mai sopita voglia di costituire la cosiddetta «grande Albania», comprendente la madre patria, il Kosovo e alcune aree di confine, oggi in territorio greco. Se così fosse, si tratterebbe di una visione miope; lontana dalla storia e ancor più distante dalla sensibilità concreta degli albanesi, oramai pienamente consci della dimensione plurale del loro essere e vivere. Probabilmente dietro le rassicuranti affermazioni del premier Rama «siamo sia musulmani che cristiani», pronunciate dopo la decisione del Consiglio europeo, si intravede l’inizio di una politica meno debitrice di visioni ideologiche e più vicina alla realtà e alla società.

In merito alle prese di posizione di rappresentanti europei, va detto che, pur provenendo da una minoranza, vanno considerate per quello che sono: un ennesimo tentativo di piegare la religione ad altri meno nobili fini.

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