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Per la pace in Medio Oriente

di Vannino Chiti

Momenti interessanti di confronto politico e anche sentimenti di emozione hanno caratterizzato il viaggio in Israele e nei Territori Palestinesi di una delegazione del Senato. L’occasione della visita è stata offerta dalle attività della Fondazione Giovanni Paolo II. A Gerusalemme, Betlemme e Ramallah abbiamo incontrato rappresentanti della Knesset, dell’Autorità Nazionale Palestinese, esponenti religiosi e della società civile.

Sono ancora molti e difficili da superare gli ostacoli che impediscono la nascita di uno Stato autonomo palestinese, accanto a quello di Israele. È la sintesi che emerge dagli incontri politici. La realizzazione di uno Stato palestinese sembra non rappresentare più una priorità né per l’attuale governo israeliano né per la comunità internazionale, anche a causa dell’attenzione rivolta ad altri temi critici, come le scelte dell’Iran di dotarsi di armi nucleari, la crisi siriana, l’evoluzione della primavera araba. In particolare, all’Unione Europea si rimprovera una scarsa attenzione alla questione mediorientale. Le elezioni presidenziali negli Usa del prossimo autunno non fanno essere ottimisti rispetto ad un ruolo statunitense per superare lo stallo nei negoziati. Nei confronti della amministrazione Obama si registra anzi una delusione crescente per lo scarto tra annunci e comportamenti concreti. La passività di fronte alla ripresa degli insediamenti di coloni israeliani nei Territori palestinesi rischia di porre la parola fine al sogno di uno Stato autonomo: verrebbe meno la continuità territoriale. Lo Stato palestinese verrebbe ridotto a tre cantoni separati: Betlemme, Ramallah e Gaza. Sarebbe il crollo di ogni prospettiva di pace.
Senza la nascita di uno Stato anche per il popolo arabo di Palestina sarebbe alla lunga un’utopia il diritto di Israele a esistere in quelle terre in piena sicurezza. Questo diritto non può fondarsi in eterno su un primato della forza militare: risiede nella costruzione della pace tra i popoli del Medio Oriente e nelle garanzie della comunità internazionale.
L’Italia ha non solo un interesse diretto, ma il dovere di un impegno sulla questione mediorientale, per farla divenire una priorità nelle politiche dell’Unione Europea. Gli stessi esponenti politici palestinesi ce lo hanno chiesto con convinzione, sottolineando come non si voglia dall’Italia che non sia amica di Israele, bensì che sia “amica della pace”.
I rapporti tra Israele e Autorità Palestinese e le loro possibili evoluzioni sono in stretta connessione – come ho già detto – con altri aspetti affrontati nel corso degli incontri politici: il percorso di ricostruzione dell’unità nell’organizzazione palestinese, l’allarme per un Iran potenza nucleare, la situazione in Siria, anche dal punto di vista umanitario. A questo proposito, il veto posto da Russia e Cina sulla risoluzione Onu di condanna per il regime di Assad ha suscitato un diffuso malessere nel mondo arabo.
Significative sono state anche altre tappe del nostro viaggio in Palestina: la visita al centro Mehwar di Betlemme, realizzato e sostenuto dalla cooperazione italiana per contrastare la violenza sulle donne e sui bambini; la consegna degli attestati ai partecipanti ai corsi di formazione per operatori sociali, gestiti da Acli e Fondazione Giovanni Paolo II; la posa della prima pietra per la realizzazione di un centro sportivo a Beit Hanina, nella parrocchia cattolica di un quartiere di Gerusalemme est, sempre a cura della Fondazione Giovanni Paolo II. Per me è stata un’emozione particolare discutere del mio libro “Religioni e politica nel mondo globale” con il Vescovo di Grosseto Mons. Agostinelli, il vice presidente della Fondazione Giovanni Paolo II padre Ibrahim Faltas, Andrea Olivero, presidente Nazionale Acli proprio a Gerusalemme, casa di preghiera per tutti i popoli, come è scritto nella Bibbia.
La nostra visita si è conclusa con l’omaggio allo Yad Vashem, memoriale della Shoah: inutile dirlo, in quei luoghi la commozione stringe il cuore. L’impegno dello Yad Vashem è quello di restituire una identità personale alle vittime dell’Olocausto: un atto di giustizia nei confronti di tanti innocenti brutalmente assassinati e una vittoria sull’ideologia nazista che voleva disumanizzare la persona.
Una speranza per il futuro, della Palestina e del mondo. Dalla memoria di quegli orrori, di tanta barbarie, nasce un contributo forte perché mai più abbiano a ripetersi e perché la pace fiorisca tra tutti i popoli.

Il Console generale a Gerusalemme Giampaolo Cantini, l’On. Vannino Chiti ed Andrea Olivero, presidente delle ACLI

 

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