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Qualche pensiero dalla “fine del mondo…”

di Benito Boschetto

Di ritorno in questi giorni da un viaggio in Argentina, ho ceduto alla richiesta degli amici della redazione di metter giù una brevissima nota su questo Paese, con qualche rapido parallelismo con l’Italia. Ci provo.

Quando, appena eletto, Papa Francesco esordì dicendo che veniva dalla “fine del mondo…” capimmo tutti che si trattava di una scherzosa battuta, che però voleva anche marcare la distanza fra il suo Paese di provenienza, l’Argentina, e la Roma “caput mundi” di cui diventava vescovo.Ma per chi frequenta l’Argentina, anche con lunghi viaggi interni, e io per ragioni familiari è la settima volta che ci sono tornato in questi giorni, è facile capire che quella espressione  ha anche un riferimento reale. I grandi spazi, i grandi orizzonti di terra, il grande sud, le grandi altitudini delle Ande… Si soprattutto queste, dove sono tornato, rivelano duri e suggestivi panorami ai confini dell’aldilà. Sembra infatti in qualche momento di potersi affacciare proprio nell’aldilà: basta quasi allungare il collo! Insomma se non proprio alla fine del mondo, ai suoi confini…

Certamente l’Argentina è questo. Almeno per me.

Ma è anche tante altre cose. Basta guardare, cercare, capire, per quanto possibile, come dappertutto del resto.  Davvero comunque una “tavola” riassuntiva dei problemi del mondo. Ero là il 30 di ottobre quando c’è stata la grande manifestazione celebrativa del 30° anniversario di ritorno alla democrazia: l’elezione del presidente democratico Alfonsin dopo la terribile dittatura dei generali.

Una grande festa che riempiva l’immensa piazza di Avenida  9 de Julio in Buenos Aires. E la si capisce bene, questa partecipazione appassionata di popolo, sentendo i racconti di quanto sia stato duro quel periodo.

Ma quale democrazia? Una democrazia zoppa, nella quale al diritto fondamentale del ritorno al voto e alla “libertà”, della primavera di Alfonsin, non è seguita una politica capace di riempire di contenuti sia la libertà che la democrazia. Un Paese ricco di risorse e di ricchezze come pochi, ha ancora un tasso di povertà e disoccupazione altissimi e un enorme divario nella distribuzione della ricchezza. Una ristretta classe non di ricchi, ma di ricchissimi, e una platea enorme di popolo che stenta a sbarcare il lunario. Buenos Aires, città bella soprattutto per la sua vivacità di grande metropoli moderna, rivela plasticamente questi due volti: i quartieri alti e le strade del lusso, da una parte, le favelas e i cartoneros, dall’altra.

Convivono in questo contesto urbano, ovviamente ben separati e distinti, ma lì, insieme, nella stessa comunità urbana. E molti,  ricordano gli sforzi del cardinale Bergoglio, per porre con forza ai governanti di ogni stagione, il problema di politiche sociali a favore dei poveri: il terreno di scontro più duro, mi dicono, e fino all’ultimo giorno della sua permanenza prima di partire per Roma, anche con l’ultima “presidenta”, la Cristina, la chiamano così, che, con la tipica arroganza del potere, si rifiutava addirittura di rispondergli al telefono.

Una realtà insomma, che, a dire il vero, non è affatto unica nel panorama globale, dove anzi, il grande dramma contemporaneo, se vogliamo vederlo in ottica progressista e umanitaria, è proprio quello di dare contenuti veri alle parole libertà e democrazia a cominciare dalla riduzione della forbice, che invece si allarga ogni giorno di più, fra ricchezza e povertà, in un mondo pure dotato di ricchezze che sarebbero sufficienti a una vita dignitosa per tutti. Quello che Camus definisce il “grande peccato della ipocrita società borghese” che di queste parole, libertà e democrazia “ ha fatto una mistificazione senza contenuto”.

Ciò che rimanda immediatamente all’inadeguatezza della politica, che, anzi, si rende spesso funzionale alla conservazione e all’arricchimento dei privilegi.

Il tormento, questo della povertà e dei diritti, divenuto un refrain duro, insistito e insistente, anche di papa Francesco dal primo giorno della sua salita a capo della Chiesa, nei continui appelli alla retta coscienza, alla giustizia, ancor prima della carità, all’amore evangelico.

Ma a guardarci un po’ dentro, anche superficialmente, si vede che, come ovunque, anche qui, dicevamo, il problema di fondo della povertà e della giustizia sociale, incrocia il ruolo della politica. Avida, pasticciona e corrotta. Fondamentalmente legata alla conservazione dei privilegi anche quando predica il contrario. A parole. Lo stato fa qualcosa per i poveri: lascia fare i ricchi, ho letto da qualche parte. Si, ma come dice Barnanos, “vi saranno sempre i poveri in mezzo a noi, per la ragione che ci saranno sempre ricchi avidi e duri, che cercano non solo il possesso, ma il potere”. Ecco dove e come si salda il privilegio e la politica a esso funzionale.

Dopo Alfonsin, infatti, questo paese si è affidato a ineffabili personaggi che hanno generato una casta, anche li, e dominato la vita pubblica del paese portandolo al default, prima, e a una grama condizione sociale ed economica, poi. Il primo, rilevante, Menen, che ha governato dieci anni con forti similitudini, anche comportamentali, con il personaggio dominante in Italia per venti anni, dopo i quali, e non certo per caso,  siamo finiti anche noi sull’orlo del default.

Il secondo (trascurando i ben cinque presidenti, irrilevanti, che si sono succeduti nei tre anni dal 2000 al 2002), la famiglia Kirkner. Il marito prima e la moglie poi, al governo del paese da 13 anni.

Mi limito a due semplici riferimenti pratici e obiettivi che danno il senso di questi giudizi chiaramente sommari. Sprechi, corruzione e distruzioni di ricchezza pubblica (“politicos = ladrones” diceva una scritta in un muro davanti al mio albergo) insieme a populismo e demagogia, sono le cifre dominanti della politica in questo paese, che ci ricordano molto anche casa nostra. Negli anni sessanta, mi si diceva,  l’Argentina aveva 60 mila chilometri di ferrovie: una infrastruttura fondamentale in un paese dalle grandi dimensioni e distanze. Menen, con una privatizzazione selvaggia e speculativa, le ha distrutte al punto che oggi sono ridotte a 8000 chilometri,  e, con loro, ha distrutto migliaia di posti di lavoro rendendo più difficile la vita dei cittadini e delle imprese, impoverendo il paese, che con le politiche dissennate che sono state fatte, è poi, come si è detto, realmente fallito.

La famiglia Kjirkner non ha perseguito lo sviluppo economico a favore delle classi più deboli come promesso. Ha solo distribuito a pioggia sussidi di sopravvivenza, per consolidare la sua base elettorale di misere clientele, ma senza creare sviluppo e indebitando nuovamente il paese, al punto che oggi è costretto a ostacolare in ogni modo le importazioni per non importare debito (pura follia in un mercato globalizzato), ad avere un doppio mercato valutario, sostanzialmente consentito, con un cambio ufficiale e uno reale segnato però da una inflazione effettiva ben superiore al 20% che, come si sa, è la peggiore tassa sui poveri. Ma su cui il potere mentisce, come su tutto,  dichiarandola inferiore al 10%. La menzogna del potere, altra connotazione di un potere levantino e corrotto che ha molte analogie con il nostro. La differenza principale con noi, per adesso, è ancora rappresentata dall’euro e l’Europa: i fondamentali fattori distintivi che ci fanno scudo, e ci costringono anche a una relativa trasparenza. Ma comunque la condizione difficile di questo paese, e la sua emarginazione sul piano internazionale dopo il default, sono li ad ammonirci continuamente sui possibili scenari degenerativi della nostra situazione.

Eppure questo paese, l’Argentina, che è il più italiano dopo l’Italia, ha verso di noi un’ammirazione e una simpatia che talvolta fa tenerezza.

Si parla molto di noi e se ne conoscono anche le ragioni storiche. In questo momento per esempio c’è molto interesse al bicentenario verdiano e alle vicende personali di Berlusconi. Quasi una parabola dei valori e dei disvalori a cui si guarda con interesse e ammirazione, in un caso, o semplice irridente curiosità nell’altro (una di queste sere il principale telegiornale nazionale, aveva una delle sue headlines dedicata ad un servizio sulle vicende sentimentali del Cavaliere, con questo titolo “Berlusconi 77, ella 28”, con relative foto di copertina).

Ma c’è anche grande orgoglio e grande speranza su papa Francesco: una vera febbre. Anche lì, e ovviamente direi, come in Italia, questo sentimento universale di affetto è quasi fisicamente percepibile.

In una delle principali librerie di Buenos Aires, ho contato ben otto libri, quasi un intero scaffale, dedicati a illustrare la figura, il pensiero pastorale e teologico del papa. Non ho accesso alla ristretta cerchia dei ricchissimi. E non me ne dolgo. Ma, degli altri, con chiunque si parli questo trasporto, anche emotivo, verso il papa è espresso sempre con entusiasmo.

In un  mondo nel quale tutto sembra congiurare contro la speranza dei poveri, (dall’inettitudine della politica, spesso corrotta e senza fantasia, all’arroganza della finanza, all’avidità delle classi dirigenti), oggi il papa è per chi vuole un mondo migliore, l’unica speranza: l’unico vero leader morale e spirituale globale.

Affidiamoci quindi a Levinas che afferma, come una sorta di inno alla speranza, che “quando nella notte appare una stella, il buio non è più buio, la notte non è più notte”.

1 Comment

  1. giovanni
    25/12/2013

    interessante articolo,che condivido…per quanto ne so…
    purtroppo spesso la storia non ci insegna…
    mentre sarebbe una fonte vera di riflessione…

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