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Non amiamo più l’Europa?

di Pierluigi Castagnetti

Finalmente si comincia a discutere delle prossime elezioni europee e del rischio concreto che possano innestare un processo di regressione per tutta l’Unione Europea. La crisi finanziaria mondiale che si è abbattuta con particolare intensità sul nostro continente ha infatti innestato sentimenti di distanziamento delle opinioni pubbliche europee e, anzi, di colpevolizzazione di tutte le istituzioni comunitarie. I governi nazionali non hanno fatto nulla per bloccare tale processo, anzi, in molti casi sono stati loro a favorirlo, per allontanare la pressione sulle proprie responsabilità. In tal modo i movimenti populisti, che a tutte le latitudini si alimentano del malcontento, hanno incamerato ossigeno che spenderanno alla prima occasione elettorale, quella europea appunto. Un fenomeno presente in tutti i 28 paesi dell’Unione, ma particolarmente in Italia dove l’indebolimento del sistema politico è andato vistosamente accentuandosi negli ultimi anni. E’ purtroppo possibile che nel parlamento europeo che uscirà dalle prossime elezioni sia presente un trenta percento di forze, anche di orientamento politico molto diverso, comunque euroscettiche ed euroostili, che renderà assai difficile il governo del parlamento stesso, proprio quando la crisi delle istituzioni comunitarie ne richiederebbe una forte iniziativa riformatrice e di stimolo.

Nel dibattito politico italiano colpisce la disinvoltura con cui forze politiche che hanno ricoperto in passato responsabilità di governo parlino della possibilità per il nostro paese di uscire dall’euro e persino dall’Unione europea, senza tentare neppure di simulare le conseguenze catastrofiche di un tale scenario. Il presidente del consiglio, Enrico Letta, nel recente discorso alle camere in cui ha richiesto la fiducia a seguito della formazione di una nuova maggioranza, ha dedicato molta parte al tema dell’Europa con argomenti che, purtroppo, in questo momento sono tanto intelligenti e responsabili quanto poco popolari. Eppure credo che le forze politiche più serie dovranno utilizzare i cinque mesi che le separano dalle elezioni europee per parlare il linguaggio della chiarezza, della verità e della responsabilità ai cittadini italiani, confrontando i costi dell’Europa con quelli della non-Europa, per la presente e per le prossime generazioni. Cosa accadrebbe infatti se si dissolvesse l’Europa? Pensiamo alle grandi infrastrutture, ad alcuni settori della ricerca fondamentale e applicata, agli interventi per l’energia e l’ambiente. Significherebbe poi rinunciare a qualsiasi possibilità di un’efficace politica anticongiunturale oltre alla prospettiva di quello che è stato definito un “Piano Marshall” interno per i paesi dell’Europa mediterranea. Senza dire poi che è in fase di avvio l’iniziativa ICE (European Citizen Initiave, ex art. 11 del Trattato) per un grande piano europeo di investimenti per uno sviluppo sostenibile con l’obiettivo di combattere la disoccupazione producendo in pochi anni alcuni milioni di posti di lavoro.

Ma non sarà facile vincere il sentimento negativo che sta dilagando non solo nel nostro paese.

Secondo l’indagine di Eurobarometro del dicembre 2012 (e oggi è prevedibile che i dati siano peggiorati), infatti, la fiducia dei cittadini nella Commissione europea che era del 53% ai primi anni novanta, si è ridotta al 36%. Per il Parlamento europeo dal 54% al 40%. Tra gli italiani poi la fiducia nella Commissione scende dal 62% al 32%, e nel Parlamento dal 65% al 35%. Non basterà, ovviamente, spiegare e cercare di fare ragionare, occorrerà “mettere le mani nella morchia” del motore europeo inceppato, sin da subito, senza attendere il semestre di nostra presidenza (nella seconda parte del 2014) per prevenire il disastro elettorale. Occorre una diagnosi puntuale dei punti di crisi e un’assunzione di iniziativa comunitaria per superarli. E’ la precondizione ineludibile se vogliamo ricostruire quel “mito” europeo che fu dei padri fondatori (De Gasperi, Adenauer e Schuman) e di quelli “rifondatori” (Kohl, Mitterand e Delors),  senza del quale non si ricostruisce un senso di appartenenza minimo necessario. Penso che l’obiettivo da riprendere, pur nelle difficili condizioni date, debba essere quello della federazione europea. Sappiamo bene che assai pochi sono oggi gli americani che discendono dai Padri pellegrini sbarcati nel Mayflower, ma lo spirito che li animava è stato trasfuso nelle vene dell’intera nazione. A livello europeo ciò non è potuto (ancora) accadere per diverse ragioni, ma fondamentalmente per le pre-esistenze statuali solide e antiche presenti nel nostro continente, che sarebbe sciocco non considerare. E, peraltro, qualcosa di importante si sta facendo: pensiamo ai milioni di ragazzi che partecipano ai programmi Erasmus, alla libera circolazione delle persone e delle merci, alla moneta unica, alla comunitarizzazione delle politiche agricole e di diverse altre materie, che indubbiamente contribuiscono a formare una solidarietà se non un’unità di sentimenti e di interessi, ma altro ancora si potrebbe fare: dall’insegnamento della storia (perché non proporla in prospettiva europea?), alla predisposizione di format televisivi o di piattaforme mediatiche (settore in cui già ci sono esperienze importanti come il canale Euronews o il sito www.presseurop.eu),a un ripensamento profondo dei meccanismi di formazione del consenso, a una serie di iniziative per “costituzionalizzare” l’informazione che i media e i circuiti internet stanno pericolosamente deformando, sino a mettere in condizioni di grave rischio l’esercizio corretto della sovranità popolare.

Ma sappiamo bene che la ragione per cui i cittadini (e una parte della politica) non amano più l’Europa riguarda il peso delle “regole”, cioè dei vincoli su cui diventa facile e irresponsabile scaricare tutte le difficoltà.

La situazione è ben descritta in una ricerca (S. Tilford e Ph. White,” Why stricter rules threaten the Eurozone”, The Centre for European Research, nov.2011) citata da Michele Salvati su Il Mulino (4/2013):

“La ragione per cui l’Eurozona è governata da regole è che pochi dei suoi Stati membri – e meno di tutti i più ricchi – desiderano una vera unione fiscale. In parole povere: le regole (la c.d. governance) esistono perché non esistono istituzioni fiscali comuni, un vero governo. Ma le regole non sono un buon sostituto del governo, e regole più strette non significano una maggiore integrazione fiscale. La caratteristica di fondo di tale integrazione è la mutualizzazione, la messa in comune di risorse di bilancio, l’emissione di debito pubblico comune, un sistema bancario unificato e altre istituzioni pratiche analoghe. Regole più stringenti non sono una via che conduce alla mutualizzazione. Semmai sembrano diventate un tentativo per impedire che questa avvenga.
Torniamo dunque al problema irrisolto di istituzioni di governo comunitario, divenute ineludibili dopo l’assunzione della moneta comune.

Sono questioni che ci trasciniamo dai tempi di Maastricht.

La moneta unica, infatti, nasce come esigenza per l’Europa dopo la caduta del Muro (1989), quando Kohl, Mitterand e Delors capirono che l’Unione, esaurito il compito di dare unità a quella parte del continente che stava aldiquà della cortina di ferro, avrebbe dovuto darsi una nuova mission. Il presidente della Commissione Jacques Delors per la verità, sin dal 1988, aveva preparato un Rapporto in cui si delineava l’obiettivo della moneta unica  che poggiava su quattro pilastri: unione fra diversi; volontà politica come variabile indipendente; Uem come mezzo per favorire la convergenza economico-politica; federalismo fiscale. Quei pilastri, per ragioni politiche comprensibili dopo il crollo dei regimi dell’est, furono modificati  in parte nel loro “opposto”: unione di uguali; volontà politica come variabile dipendente; Uem come fine della convergenza macroeconomica; sovranità fiscale nazionale. L’incapacità della generazione di statisti che succedette a quella dei primi anni novanta di realizzare istituzioni comunitarie di governo delle politiche fiscali ed economiche e l’esplosione della crisi finanziaria mondiale (in effetti solo dell’occidente) hanno finito per aggravare la situazione di tutta l’Unione, oltreché il verificarsi del capovolgimento dell’obiettivo politico di Helmut Kohl di europeizzare definitivamente la Germania. Ho avuto personalmente la ventura di assistere alla fine del 1993 a un dialogo fra il cancelliere tedesco e Mino Martinazzoli in cui il primo disse: ”con l’unificazione ho creato la pace fra le due Germanie, con la costituzione dell’euro renderò definitiva l’europeizzazione del mio paese. La Germania in pace con se stessa, collocata al centro dell’Europa, sarà una garanzia di pace per  tutta l’Europa”.  Questo fu lo spirito che Kohl aveva portato a Maastricht e successivamente nella scelta del perimetro “largo” dell’Unione economica monetaria, superando il dualismo “monetaristi vs. realisti”, ben rappresentato dal dilemma: creare subito la moneta unica per favorire la convergenza e l’integrazione tra paesi, oppure creare la moneta unica solo tra paesi già sufficientemente integrati nelle loro economie reali con l’impegno di allargarla poi in seguito. Nacque così il “grande euro” nel quale riuscì a entrare anche il nostro paese, con compromessi però che andavano governati e successivamente corretti. Ciò è potuto accadere solo in parte, con le conseguenze che conosciamo e che stanno ancora oggi di fronte a noi. Praticamente è stato sprecato il decennio 2000/2010 per la timidezza delle classi dirigenti europee e l’egoismo dei maggiori paesi che, nel 2000 alla Conferenza intergovernativa di Nizza, hanno fermato il processo, confidando in uno “stellone” europeo che non ha funzionato e ci ha fatto trovare di fronte alla grande crisi del 2008 praticamente privi di istituzioni di governo comunitario. Era del tutto chiaro che l’euro e la BCE non avrebbero retto con le sole loro forze un urto esterno delle proporzioni che abbiamo visto, senza un governo europeo delle politiche fiscali. Abbiamo sperato che ciò non potesse accadere. Invece è accaduto. E le conseguenze oggi le conosciamo.

Ma i nostri problemi non si risolveranno se a questo punto ci chiamiamo fuori, anzi. Il guado va completato in avanti e non indietro, tanto più che la sponda non è distante. Facendo ciò che –  con la grave responsabilità in primis della Germania e della Francia – non abbiamo voluto fare prima.

Riusciranno le forze politiche a parlarne senza ambiguità e inganni alle loro opinioni pubbliche e, soprattutto, riusciranno a convincerle? Se penseranno solo alle “prossime elezioni e non alle prossime generazioni” come diceva De Gasperi, sarà difficile. Eppure non ci sono alternative. Se non il caos, appunto.

Eurozona
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2 Comments

  1. Cini Carlo
    24/12/2013

    L’articolo mette super-chiaramente in evidenza da dove dovremmo ripartire per andare verso (ancora auspicabile anzi desiderabile) un Europa politicamente (cioè organicamente) unita. Sarebbe interessante, anzi necessario, sapere e capire come
    questo venga visto e prospettato da parte di ognuno dei 28 stati membri: perchè è ovvio che senza una piattaforma comune condivisa da tutti (o almeno dai più), insieme alla volontà politica di perseguirla, l’european dream si dissolverà con il prevaricare dell’egemonia dei più forti. Come arrivare a porre, articolare e risolvere il problema ad adeguato livello UE? Questo l’interrogativo che include ed,ancora, sorregge la speranza di tanti cittadini d’Europa.

  2. 25/12/2013

    Le riflessioni dell’on. Castagnetti sono del tutto condivisibili: la crisi economica è soltanto un pretesto, quando la si adopera per criticare la politica dellUE. Giustamente viene fatto rilevare che la mancata accelerazione dell’unione politica – siamo di fatto fermi da cinquant’anni – è la vera causa dei nostri guai sociali e politici. Occorre ritrovare lo spirito che animava Jean Monnet, De Gasperi, Adenauer e Spaak: non c’è futuro accettabile senza l’unione politica del nostro continente. L’eurozona è chiamata a fare da locomotiva: SUBITO!

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