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Cipro: le religioni preparano la strada alla politica

di Andrea Bonesso

Nel corso dell’ultimo periodo, balzato quasi agli onori della cronaca, si è svolto uno scambio di visite tra il metropolita  Christoforos di Karpasia e il Gran mufti  di Cipro. Tale duplice incontro ha ricevuto una serie di apprezzamenti da parte di esponenti di vari paesi.
Le due iniziative potrebbero tranquillamente essere presentate e analizzate quali prove di dialogo interreligioso; tuttavia, nel contesto cipriota, assumo una valenza del tutto particolare. Infatti, prescindendo dalla disponibilità di quanti, singolarmente o in quanto rappresentanti ufficiali o esponenti della società civile, si sono impegnati in significativi gesti di incontro e dialogo, rimane lo scandalo di un’isola ancora divisa letteralmente in due. L’attuale situazione de facto appare il risultato di alcuni avvenimenti del XX secolo.
Nel 1959 la Gran Bretagna decide di concedere l’indipendenza all’isola e il successivo 16 agosto 1960 viene proclamata la Repubblica di Cipro con presidente l’arcivescovo Makarios, greco, e vicepresidente F. Küçük, turco. Poco dopo, nel corso del 1963, iniziano le prime scaramucce tra le due comunità che paiono destinate a risolversi quando, il 4 marzo 1964, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta una risoluzione che prevede l’invio di un contingente internazionale di pace.
La situazione cambia radicalmente nel mese di luglio del 1974, quando la Guardia Nazionale, composta in maggior parte da greci, organizza un colpo di stato contro il governo di Cipro e, quasi contemporaneamente, la Turchia risponde con l’avvio di una estesa operazione militare nell’isola.
Nell’agosto successivo, dopo la proclamazione del “cessate il fuoco”, il territorio cipriota viene diviso in due parti. Divisione particolarmente evidente e dagli esiti nefasti nella capitale, Nicosia; qui viene eretto un muro al fine di separare la parte meridionale della città, abitata dai greco-ciprioti, da quella settentrionale, nella quale risiedono i turco-ciprioti.
La forza di pace delle Nazioni Unite, denominata UNFICYP, assume il controllo della cosiddetta linea verde che separa le due parti dell’isola. Ultimo atto, che non ha agevolato la risoluzione degli attriti e dei problemi ancora sul tappeto, vede, nel novembre 1983, da parte turco-cipriota, la  proclamazione della “Repubblica turca di nord Cipro”, decisione mai ratificata dal Consiglio di Sicurezza.
Una conseguenza dell’arrivo delle truppe dell’esercito turco nel 1974 si può individuare nella progressiva “colonizzazione” della parte nord dell’isola, con conseguente allontanamento, più o meno forzato, della popolazione greca. Si calcola che la presenza militare turca abbia favorito la migrazione di duecentomila greco-ciprioti verso la parte sud e l’arrivo, nel nord, di trecentomila coloni dell’Anatolia, di provata fede musulmana.
La conseguenza più immediata, ancora non ben compresa da taluni storici, è consistita in una sorta di islamizzazione forzata, con il suo portato di distruzione o  trasformazione in moschee di decine di monumenti, chiese e monasteri, perenne testimonianza della plurisecolare presenza della civiltà greco-ellenistica-romana, che accolse l’Evangelo, dando vita alle prime comunità ecclesiali, dopo quelle originarie palestinesi.
Per quanto possa apparire insolito, anche i locali “autoctoni” turco-ciprioti, dalla mentalità più aperta e dagli atteggiamenti maggiormente rispettosi dell’altrui libertà, in virtù della prolungata convivenza con i cristiani, sembrano soffrire discriminazioni; numericamente inferiori (meno di 150.000 a fronte di circa 350.000 di provenienza anatolica), sono sottoposti a vessazioni, più o meno palesi, nella vita sociale o professionale.
In questo quadro si collocano anche le strategie politico-diplomatiche dell’attuale governo turco, guidato dal premier R.T. Erdogan, il quale appoggia una linea tesa a rafforzare, anche grazie al sostegno, non solo politico, dell’Arabia Saudita, l’islamizzazione della parte nord dell’isola. Strategie che si inquadrano nella visione ideale del “neo-ottomanesimo” che vede tra i suoi paladini il ministro degli esteri A. Davutoglu. Nella geopolitica turca attuale, Cipro risulta un avamposto decisivo nella partita  tra attori che aspirano a recitare un ruolo regionale nel vicino Oriente.
È chiaro che una linea che promuova l’islamizzazione forzata, quale sembra caratteristica della politica turca dopo il 1974, non pare coerente con una tradizione religiosa locale contraddistinta, pur con le inevitabili oscillazioni storico-culturali, da accettazione e, talora, sfociata in forme di collaborazione tra musulmani e cristiani. Ecco perché lo scambio di visite, cui si è già fatto cenno, tra i massimi esponenti delle due comunità religiose isolane, potrebbe rappresentare una salutare scossa: appoggio ai tentativi di percorrere strade di dialogo e riconciliazione e presa di coscienza del rischio di collocarsi fuori dalla storia e dalla tradizione autenticamente cipriota per quanti cavalcano l’onda della politica di corto respiro.

Cipro - Carta politica

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